Torna l’Australia, 67 a 5 agli Stati Uniti, 11 mete a 1. Altro pianeta, il miglior modo per mettere alle spalle la sconfitta dell’Eden Park contro l’Irlanda. Dunque ci sono e a dispetto di quello che può dire il risultato, ci sono anche le american eagles di Eddie O’Sullivan. La sfida di Wellington, conferma quello che si sapeva degli americani. Sono una squadra dal peso specifico inferiore rispetto agli azzurri, dotati di una buona fisicità e di una interessante velocità nella trasformazione del gioco per linee esterne. I pezzi pregiati hanno riposato nel match con gli australiani. Di sicuro ce li ritroveremo davanti martedì a Nelson. Gente come Emerick e Ngwenya possono alzare sì, ma non più di tanto il tasso tecnico della squadra di O’Sullivan. Che tuttavia contro l’Australia ha mostrato qualcosa in più: la straordinaria capacità di dare continuità sul punto di incontro. Almeno nel primo tempo. Con il pallone in mano sanno essere pericolosi a lunga scadenza. Perdono pochi palloni. E le disattenzioni le fanno pagare. Come nel caso della meta firmata dall’italiano Gagiano, un bel numero otto dopo una sequenza di ben 16 fasi di gioco. Fondamentale dunque sarà il possesso nella sfida di martedì. E’ una prova decisiva per gli azzurri che potrebbero cambiare squadra. Canale-Garcia tra i centri, il rientro di Mirco Bergamasco con Orquera-Semenzato in mediana. Line-up equilibrato, un buon test per il XV da pensare per Dunedin e la sfida agli irlandesi.
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D’Apice out, arriva Sbaraglini
Notizie dal fronte neozelandese: L’infortunio di D’Apice non cambia la filosofia della selezione voluta da Mallett. 2 partite ancora da giocare e 3 ancora i tallonatori con l’arrivo di Franco Sbaraglini. Buon segno significa che il coach ha le idee chiare. Resta aperta la questione del mediano e delle soluzioni che saranno prese prima della partita con l’Irlanda. Irlanda che intanto, in previsione della formalità russa, cambia la squadra e decora Leo Cullen con le insegne del capitano. Fuori O’Driscoll e fuori anche Paul O’Connell, le due anime della sfida vinta all’Eden Park con l’Australia. E’ un segno. Significa che con l’Italia gli irlandesi vogliono gente almeno riposata. Vogliono vincere contro gli azzurri e strappare il primo posto nel girone. Vai a dargli torto. Resta il fatto che la guerra dei neri è cominciata. L’Italia dovrà fare le prove generali contro gli Stati Uniti allenati da un altro irlandese come Eddie O’Sullivan. E’ una partita nella partita. Primo perché le strutture difensive americane sono più vicine a quelle europee rispetto agli standard messi in campo dai russi, secondo perché al di là della rivalità con Declan Kidney, O’Sullivan un conto aperto con gli azzurri lo ha sempre avuto. E tra l’altro con l’Italia, sia di Berbizier che di Mallett, O’Sullivan non ha mai conosciuto sconfitta. Certo che gli Stati Uniti sono altra cosa, naive anche loro nella gestione del pallone. Ancora Acerbi a dispetto della crescita che l’altro ovale ha negli States. Per noi l’autentico nodo da sciogliere resta quello del mediano d’apertura. Orquera, Bocchino o McLean?
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La prima di Brunel
C’era anche lui a Nelson, nel box di France Television. Parliamo di Jacques Brunel ovvero l’uomo che prenderà da Nick Mallett le redini della Squadra Azzurra. Solo un saluto in sala stampa, ma della Nazionale di Mallett lui non parla. Motivi di opportunità e forse di contratto visto quello che notoriamente pretendono gli inquilini dello Stadio Olimpico. C’è chi parla di conflitto di interesse ma a guardar bene quello di Brunel non è tale. Primo perché il suo contratto scatta al termine del mondiale, secondo perché a ben guardare sono altri in conflitti di interesse che non dovrebbero esser fatti passare e che invece vengono tollerati all’acqua di rose. Così va il mondo. Tornando a Brunel, ha visto una bella prova degli azzurri. Con la complicità di una squadra russa che più imbarazzante non si può, il prossimo commissario tecnico ha potuto osservare una squadra che in un capovolgimento di fronte dai propri 22 è riuscito a fare un numero maggiore di off-loads, rispetto a quelli che normalmente siamo abituati a vedere in una sola annata di Sei Nazioni. E visto che se c’è un teorico del continuo riciclo, questi è senz’altro Brunel, l’impatto deve essere stato più che positivo. Sa bene Brunel che non è tutto oro quello che luccica e che dovrà lavorare parecchio per imporre le sue idee sulla crosta di quello lasciato da Mallett. Per ora resta a guardare. Per lui l’esame scatta a febbraio.
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Italia, buona la seconda
E’ andata bene contro l’orso russo. Tutto secondo copione, 9 mete a tre (un po’ troppe quelle subite). Ma si è andati meglio contro una squadra cresciuta rispetto a quella vista nelle qualificazioni per il mondiale 2007. La domanda a questo punto è: possiamo fare lo stesso contro gli Stati Uniti? Probabilmente no, perchè le american eagles sono senza dubbio più quadrate in difesa dei russi, hanno strutture di gioco più evolute ma rispetto agli azzurri sono decisamente di un livello diverso. E a dirlo non è solo il ranking mondiale ma l’abitudine stessa a giocare contro avversari più forti che per gli americani è pressoché inesistente. Giocano con il Canada, se gli va bene con l’Argentina ma di fatto sono tagliati fuori dalle rotte dei tour invernali. Magari non faremo nove mete, ma il poker richiesto per arrivare con l’anima in pace alla sfida con l’Irlanda c’è tutto. Resta da capire che squadra manderà in campo Nick Mallett. Cosa conviene di più agli azzurri: rischiare con gli States di Eddie O’Sullivan o mandare in campo la migliore squadra in previsione della sfida di Dunedin. Due le controindicazioni per una ipotesi simile. Svelare agli irlandesi parte del piano di gioco e avere poco tempo a disposizione per recuperare in vista della sfida di Dunedin. Comunque la si metta, la condizione è quella di segnare quattro mete e conquistare il punto di bonus. Obiettivo possibile e imprescindibile.
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Classifiche avulse e veri obiettivi
L’isola del sud porta con l’Italia anche un po’ di sole. La pioggia di Auckland ci aveva stufato e depresso. Vuoi per l’umidità, vuoi anche per la vittoria dell’Irlanda sull’Australia. Non me l’aspettavo il colpaccio del XV di Declan Kidney. L’avevo vista durante l’estate e non mi era piaciuta contro Scozia, Francia e Inghilterra. Gioco involuto, lento, svogliato. E con gli Stati Uniti di Eddie O’Sullivan la musica non era cambiata. Anzi. Eppure qualcosa deve essere accaduto alla vigilia della più bella partita, fino ad ora, del mondiale. Ma dare tutti i meriti agli “irish” sarebbe ingeneroso. Loro punteranno al primo posto nel girone, mi sembra ovvio. E cercheranno di farci quattro mete e rispedirci a casa. Sempre che non ci si complichi da noi la vita. Perché magari possiamo “rifilare” anche noi quattro mete ai russi e restare in corsa per la partita della vita a Dunedin. Ma non è una cosa così scontata contro gli Stati Uniti. Mallett a questo punto non ha scelta, deve buttare in campo le sue prime scelte già dalla sfida con le “american eagles”. Si gioca tutto anche se lascerà a fine mondiale. E per la prima volta dovrà osare, a cominciare da una maggiore propensione offensiva nella trasformazione del gioco per linee esterne. I conti si faranno alla fine ma è giusto arrivarci a quel momento senza rimpianti e con la consapevolezza di aver dato tutto. Vincere per qualificarci, senza conti e matematiche di sorta. Sarebbe già abbastanza entrare negli spogliatoi dell’Otago Stadium con questo pensiero nella testa. Ma adesso Nelson, la Russia, gli States e la nostra guerra fredda.
