C’è un’immagine che più di tutte mi ha colpito in questo mondiale. Quella del capitano dei wallabies James Horwill. Era a rischio dopo la botta alla spalla subita nel match contro l’Irlanda. Robbie Deans aveva già deciso per dare le insegne a Genia. Poi, una volta passata la paura e ottenuto il via libera per giocare, il capitano scende in campo lo stesso. Lo fa nel ruolo di waterman, portatore d’acqua. Si arma di radio per parlare con Deans, Nucifora e Patricio Noriega e diventa l’ufficiale di collegamento tra la squadra e lo staff. Non risparmia consigli, gestisce tatticamente la partita con un secchio e una spugna in mano. Meraviglioso. Quando si dice: leading by example. Capitani appunto, come Paul O’Connell che pur non rivestendo il grado vista l’ingombrante presenza di Brian O’Driscoll, si conferma un monumento nel mood che la mischia irlandese suona contro l’Australia. Sa bene Declan Kidney che la sfida del pacchetto contro gli azzurri sarà determinante, ma sa altrettanto bene che senza la colonna di Munster, la sua Irlanda sarebbe posa cosa. Si permetterà il lusso di fare a meno di O’Connell contro la Russia. Cosa che l’Italia farà in parte, cominciando a pensare alla squadra di Dunedin già negli ottanta minuti contro gli Stati Uniti.
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Alla scoperta degli Usa
Torna l’Australia, 67 a 5 agli Stati Uniti, 11 mete a 1. Altro pianeta, il miglior modo per mettere alle spalle la sconfitta dell’Eden Park contro l’Irlanda. Dunque ci sono e a dispetto di quello che può dire il risultato, ci sono anche le american eagles di Eddie O’Sullivan. La sfida di Wellington, conferma quello che si sapeva degli americani. Sono una squadra dal peso specifico inferiore rispetto agli azzurri, dotati di una buona fisicità e di una interessante velocità nella trasformazione del gioco per linee esterne. I pezzi pregiati hanno riposato nel match con gli australiani. Di sicuro ce li ritroveremo davanti martedì a Nelson. Gente come Emerick e Ngwenya possono alzare sì, ma non più di tanto il tasso tecnico della squadra di O’Sullivan. Che tuttavia contro l’Australia ha mostrato qualcosa in più: la straordinaria capacità di dare continuità sul punto di incontro. Almeno nel primo tempo. Con il pallone in mano sanno essere pericolosi a lunga scadenza. Perdono pochi palloni. E le disattenzioni le fanno pagare. Come nel caso della meta firmata dall’italiano Gagiano, un bel numero otto dopo una sequenza di ben 16 fasi di gioco. Fondamentale dunque sarà il possesso nella sfida di martedì. E’ una prova decisiva per gli azzurri che potrebbero cambiare squadra. Canale-Garcia tra i centri, il rientro di Mirco Bergamasco con Orquera-Semenzato in mediana. Line-up equilibrato, un buon test per il XV da pensare per Dunedin e la sfida agli irlandesi.
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D’Apice out, arriva Sbaraglini
Notizie dal fronte neozelandese: L’infortunio di D’Apice non cambia la filosofia della selezione voluta da Mallett. 2 partite ancora da giocare e 3 ancora i tallonatori con l’arrivo di Franco Sbaraglini. Buon segno significa che il coach ha le idee chiare. Resta aperta la questione del mediano e delle soluzioni che saranno prese prima della partita con l’Irlanda. Irlanda che intanto, in previsione della formalità russa, cambia la squadra e decora Leo Cullen con le insegne del capitano. Fuori O’Driscoll e fuori anche Paul O’Connell, le due anime della sfida vinta all’Eden Park con l’Australia. E’ un segno. Significa che con l’Italia gli irlandesi vogliono gente almeno riposata. Vogliono vincere contro gli azzurri e strappare il primo posto nel girone. Vai a dargli torto. Resta il fatto che la guerra dei neri è cominciata. L’Italia dovrà fare le prove generali contro gli Stati Uniti allenati da un altro irlandese come Eddie O’Sullivan. E’ una partita nella partita. Primo perché le strutture difensive americane sono più vicine a quelle europee rispetto agli standard messi in campo dai russi, secondo perché al di là della rivalità con Declan Kidney, O’Sullivan un conto aperto con gli azzurri lo ha sempre avuto. E tra l’altro con l’Italia, sia di Berbizier che di Mallett, O’Sullivan non ha mai conosciuto sconfitta. Certo che gli Stati Uniti sono altra cosa, naive anche loro nella gestione del pallone. Ancora Acerbi a dispetto della crescita che l’altro ovale ha negli States. Per noi l’autentico nodo da sciogliere resta quello del mediano d’apertura. Orquera, Bocchino o McLean?
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La prima di Brunel
C’era anche lui a Nelson, nel box di France Television. Parliamo di Jacques Brunel ovvero l’uomo che prenderà da Nick Mallett le redini della Squadra Azzurra. Solo un saluto in sala stampa, ma della Nazionale di Mallett lui non parla. Motivi di opportunità e forse di contratto visto quello che notoriamente pretendono gli inquilini dello Stadio Olimpico. C’è chi parla di conflitto di interesse ma a guardar bene quello di Brunel non è tale. Primo perché il suo contratto scatta al termine del mondiale, secondo perché a ben guardare sono altri in conflitti di interesse che non dovrebbero esser fatti passare e che invece vengono tollerati all’acqua di rose. Così va il mondo. Tornando a Brunel, ha visto una bella prova degli azzurri. Con la complicità di una squadra russa che più imbarazzante non si può, il prossimo commissario tecnico ha potuto osservare una squadra che in un capovolgimento di fronte dai propri 22 è riuscito a fare un numero maggiore di off-loads, rispetto a quelli che normalmente siamo abituati a vedere in una sola annata di Sei Nazioni. E visto che se c’è un teorico del continuo riciclo, questi è senz’altro Brunel, l’impatto deve essere stato più che positivo. Sa bene Brunel che non è tutto oro quello che luccica e che dovrà lavorare parecchio per imporre le sue idee sulla crosta di quello lasciato da Mallett. Per ora resta a guardare. Per lui l’esame scatta a febbraio.
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Italia, buona la seconda
E’ andata bene contro l’orso russo. Tutto secondo copione, 9 mete a tre (un po’ troppe quelle subite). Ma si è andati meglio contro una squadra cresciuta rispetto a quella vista nelle qualificazioni per il mondiale 2007. La domanda a questo punto è: possiamo fare lo stesso contro gli Stati Uniti? Probabilmente no, perchè le american eagles sono senza dubbio più quadrate in difesa dei russi, hanno strutture di gioco più evolute ma rispetto agli azzurri sono decisamente di un livello diverso. E a dirlo non è solo il ranking mondiale ma l’abitudine stessa a giocare contro avversari più forti che per gli americani è pressoché inesistente. Giocano con il Canada, se gli va bene con l’Argentina ma di fatto sono tagliati fuori dalle rotte dei tour invernali. Magari non faremo nove mete, ma il poker richiesto per arrivare con l’anima in pace alla sfida con l’Irlanda c’è tutto. Resta da capire che squadra manderà in campo Nick Mallett. Cosa conviene di più agli azzurri: rischiare con gli States di Eddie O’Sullivan o mandare in campo la migliore squadra in previsione della sfida di Dunedin. Due le controindicazioni per una ipotesi simile. Svelare agli irlandesi parte del piano di gioco e avere poco tempo a disposizione per recuperare in vista della sfida di Dunedin. Comunque la si metta, la condizione è quella di segnare quattro mete e conquistare il punto di bonus. Obiettivo possibile e imprescindibile.
