L’isola del sud porta con l’Italia anche un po’ di sole. La pioggia di Auckland ci aveva stufato e depresso. Vuoi per l’umidità, vuoi anche per la vittoria dell’Irlanda sull’Australia. Non me l’aspettavo il colpaccio del XV di Declan Kidney. L’avevo vista durante l’estate e non mi era piaciuta contro Scozia, Francia e Inghilterra. Gioco involuto, lento, svogliato. E con gli Stati Uniti di Eddie O’Sullivan la musica non era cambiata. Anzi. Eppure qualcosa deve essere accaduto alla vigilia della più bella partita, fino ad ora, del mondiale. Ma dare tutti i meriti agli “irish” sarebbe ingeneroso. Loro punteranno al primo posto nel girone, mi sembra ovvio. E cercheranno di farci quattro mete e rispedirci a casa. Sempre che non ci si complichi da noi la vita. Perché magari possiamo “rifilare” anche noi quattro mete ai russi e restare in corsa per la partita della vita a Dunedin. Ma non è una cosa così scontata contro gli Stati Uniti. Mallett a questo punto non ha scelta, deve buttare in campo le sue prime scelte già dalla sfida con le “american eagles”. Si gioca tutto anche se lascerà a fine mondiale. E per la prima volta dovrà osare, a cominciare da una maggiore propensione offensiva nella trasformazione del gioco per linee esterne. I conti si faranno alla fine ma è giusto arrivarci a quel momento senza rimpianti e con la consapevolezza di aver dato tutto. Vincere per qualificarci, senza conti e matematiche di sorta. Sarebbe già abbastanza entrare negli spogliatoi dell’Otago Stadium con questo pensiero nella testa. Ma adesso Nelson, la Russia, gli States e la nostra guerra fredda.
