Categoria: Rugby

Commenti su rugby e dintorni

  • Irlanda, prossima stazione

    Fatta con gli americani, adesso tocca alla partita della vita. Sulla strada degli azzurri tra 5 giorni ecco l’Irlanda. Il campo è quello di Dunedin, provincia di Otago. La sfida è un classico del Sei Nazioni anche se contro gli Irish l’Italia non vince dal 1997 (Bologna, 39-30). Era ancora l’Italia di Georges Coste, quella della generazione dei fenomeni. Da allora solo sconfitte anche se Brian O’Driscoll ha riconosciuto che il momento della sconfitta per i verdi contro l’Italia è in pratica sempre dietro l’angolo. Il problema è quando. E soprattutto oggi il problema è capire se gli azzurri di Mallett hanno nelle gambe e nella testa la partita che vale una carriera. Perché di questo si tratta. Che l’Italia possa battere l’Irlanda ci sta. Che possa farlo in Nuova Zelanda e per di più ottenendo un 4 a 0 (vittoria con uno scarto di +7) è tutto da dimostrare. Gli azzurri hanno cinque giorni per recuperare dalla partita vinta con gli States. Ci hanno messo un po’ troppo a conquistarlo quel punto di bonus che ci mette nelle condizioni di aver fatto comunque la nostra parte. E’ consolante sapere che non ci sono stati infortuni e che l’infermeria non è affollata come di solito accade al mondiale. Per ora non ci sono state segnalazioni per il giudice sportivo anche se in un paio di occasioni il capitano statunitense ha richiamato l’attenzione del direttore di gara facendo alzare le antenne del commissioner. Mallett e Parisse in conferenza stampa non hanno voluto parlare del direttore di gara. Avrebbero dovuto stendere un velo pietoso. Clancy è stato a dir poco scandaloso. Insufficiente la sua direzione di gara, fuori contesto e senza una logica. Mi domando se da buon irlandese sia stata dolosa e chirurgica ad un tempo. Viene da dire: ma può un arbitro del genere fischiare in una fase finale del mondiale? Ha sbagliato da una parte e dall’altra ma questo non alleggerisce le sue responsabilità e quelle dell’International Board. Ci ha stancati, ha fatto fare gli straordinari al pacchetto di mischia, “preparandolo” al meglio per lo show-down di domenica prossima. Già il pacchetto: resta la nostra medaglia al petto. Castrogiovanni sontuoso, la prima linea dominante e poi il lavoro sporco delle terze linee. Sarà lì che con l’Irlanda ci giocheremo tutto. C’è da lavorare ancora molto in difesa. Se Emerick e Wyles sono riusciti a tagliare a metà una difesa aggressiva a rate, di che cosa saranno capaci O’Driscoll e i suoi sodali?

  • Mischiatutto

    Mischia che ti passa. O “mischiatutto” per dirla all’Andrea Passerini. Se non fosse stato per il pacchetto, degli ottanta minuti contro gli States che cosa sarebbe rimasto? Ancora una volta gli azzurrio devono ringraziare la loro assicurazione sulla vita. Sontuosa la prova del pack. E’ su quello che gli azzurri costruiscono la loro partita, assolvono la pratica della vittoria (scontata) con quattro mete (particolare meno scontato). La meta del bonus arriva a meno di un quarto d’ora dalla fine, quanto basta. Ma costringe gli azzurri agli straordinari, il che, a cinque giorni dalla sfida della vita con l’Irlanda, lascia un po’ preoccupati per le condizioni fisiche dei ragazzi di Mallett. Di buono dunque c’è da prendere la prova dei primi otto uomini. Meno bene il gioco al largo, soprattutto in chiave difensiva. O’Sullivan ha lavorato sul nostro tallone d’Achille. Nel midfield il nervo scoperto. Se Parisse trova lì un varco sull’ennesimo avanzamento del pack, è anche lì che Emerick e Wyles aprono il più classico dei buchi per pareggiare i conti. Lì arriva il brivido lungo la schiena, lì si misura la nostra difficoltà a difendere in avanzamento. Insomma in previsione Irlanda, la roba che non ti aspetti. D’accordo, gli Irish contro gli americani non sono riusciti a centrare il punto di bonus, ma il modo in cui matura la vittoria azzurra non riesce a sgombrare tutte le nubi già addensate dopo gli ottanta minuti contro la Russia. E’ addirittura Orquera a trasformare in oro la poca qualità dell’avanzamento azzurro. Lo fa con una corsa tagliata con il bisturi. Poi la meta di Castrogiovanni, monumentale e meritato mvp del match. La quarta meta ci lascia tranquilli. Ma basterà?

  • Italia, prova generale verso l’Irlanda

    Obiettivo: vincere con quattro mete. E soprattutto farle nel più breve tempo possibile. Mettere al sicuro il risultato e gestire il resto degli ottanta minuti per mettersi nelle migliori condizioni pensando a Dunedin. E’ già tutto esaurito per la notte con l’Irlanda. Ma gli Starti Uniti non staranno a guardare. Partita non semplicissima, lo si sapeva. Squadra fisica, un po’ come gli azzurri che allineano una squadra di esperienza. Non c’è Masi (risentimento muscolare). Manca Barbieri con la terza linea che ripropone un dejvù (Parisse, Bergamasco Zanni). Per il resto è squadra solida che offre garanzie. Intanto per Dunedin si annuncia il tutto esaurito con gli organizzatori del mondiale che dicono di aver quasi raggiunto la propria previsione sulla vendita dei biglietti. Anche gli Stati Uniti allineano la squadra migliore. Il tifo sarà dalla parte degli americani, in tantissimi qui a Nelson. Un problema in più per la squadra di Mallett. La sfida con la Russia ha detto che gli azzurri possono contare su una buona condizione fisica ma devono fare i conti con le distrazioni che hanno portato i russi a segnare tre mete. E’ a ben guardare l’unico motivo per il quale è lecito storcere la bocca.

  • Wellington come Caminito. Scozia KO

    Che partita. Che intensità difensiva negli ultimi 20 minuti. L’Argentina al mondiale si trasforma. Alla vigilia c’era chi era convinto che la Scozia avrebbe fatto un sol boccone dei Pumas. Lo dicevano i risultati delle ultime sfide della squadra di Andy Robinson con i prossimi inquilini del 4 Nations. Una squadra migliore, anzi la Scozia più bella da una decina d’anni a questa parte. Fiducia mal riposta perché accade come quattro anni fa, quarti di finale. Vincono ancora i Pumas. Lo fanno dopo ottanta minuti di sostanza, non belli ma efficaci. Un match costruito con una grande difesa, lo stoicismo di Felipe Contepomi che scende in campo con gli antidolorifici. I giornalisti argentini che fiutano la trappola per le allodole: “Vedrai, gioca un quarto d’ora, poi esce”. No, Felipe la partita la gioca tutta, difende, ricuce il gioco e soprattutto placca insieme a Mario. Mario è Ledesma, il tallonatore. La faccia d’operaio della mischia. Nelle fasi statiche, i Pumas sono una roccia. La prima linea una maginot difficile da far arretrare. Vanno sotto fino al 12 a 6 per la Scozia. Jackson veste i panni del cecchino. E’ inesorabile dalla piazzola. Sui drop invece ha il tallone d’Achille. Sui piazzati Contepomi soffre il meteo e la qualità di un pallone che, nessuno lo dice per rispettare lo sponsor, ma ha la stabilità di un pallido sole nell’isola del Nord. Poi arriva la meta di Amorosino che nel finalizzare una trasformazione del gioco per linee esterne, danza sopra la linea di touche, batte sull’interno, taglia fuori un paio di placcaggi e si apre un’autostrada verso la meta. E’ l’apoteosi. Bosch regala l’illusione di una rimessa laterale in zona d’attacco agli highlanders, ma la difesa dei Pumas è impermeabile. Parte la festa, lungo i corridoi dello stadio. 3000 argentini celebrano cantando “Yo te darè…”, un coro nato per il Boca Junior ma subito fatto proprio dai tifosi del rugby. Gli sguardi della Security del Westpac Stadium di Wellington valgono più di ogni cosa. A fare da contrasto la delusione degli scozzesi. A questo punto non hanno scelta. Tutto si deciderà nella “caccia al pavone” in terra di Nuova Zelanda. In palio non ci sarà la Calcutta Cup ma un posto nei quarti del mondiale. Contro l’Inghilterra.

  • La ripartenza dai fondamentali

    Altro livello la Nuova Zelanda che demolisce la Francia all’Eden Park. Nuova Zelanda che esce dal guscio e mostra di meritare in assoluto il ruolo di favorita del torneo. Netta la superiorità nei confronti della Francia che regge solo per 8 minuti durante i quali tuttavia qualche domanda all’atteggiamento difensivo degli All Blacks riesce comunque a porla. Ma quando, alla prima occasione, McCaw e soci ritrovano il bandolo della matassa e i relativi spazi d’attacco, la partita è già finita. Quel che colpisce della Nuova Zelanda e della stessa Inghilterra che travolge la Romania con 10 mete è la spasmodica attenzione sugli skills. La tecnica individuale non è più un optional, diventa essenza del gioco, velocizza la manovra, rende irresistibile ogni movimento. In questo sia i padroni di casa che la squadra di Martin Johnson diventano maestri. L’off-load, il riciclo del gioco è per sua stessa natura efficace se accompagnato da un continuo ed inesorabile sostegno. Lì si può improvvisare sulla tecnica. Non invece quando si tratta di trasformare il gioco da consolidate basi (mischie e rimesse laterali). Dovrebbe far riflettere questa attenzione spasmodica alla purezza del gesto. In fondo è lì che si fa la differenza tra l’altissimo livello e il resto dell’universo ovale. Vale per tutte le situazioni, punti di incontro compresi che impostati al meglio creano piattaforme di gioco pressoché perfette per quei palloni veloci che sono oro nel rugby moderno. Mallett intanto ha già ufficializzato la formazione che affronterà gli Stati Uniti nella partita del Trafalgar Park di martedì: è una squadra che si avvicina molto a quella che potrebbe essere chiamata in campo per lo show down contro l’Irlanda. Prima linea titolare (Castro, Ghiraldini e Perugini), Geldenhuys e Van Zyl in seconda. Zanni, Mauro Bergamasco e Parisse in terza linea (Barbieri è tenuto a riposo). Semenzato e Orquera in mediana con Canale e Garcia a presidiare la cerniera dei centri e Benvenuti, Mirco Bergamasco e Masi nel triangolo arretrato. Pronti insomma per la prova generale.