Tutto è pronto per la finale anticipata. Già perché tra Nuova Zelanda e Australia è già un ultimo atto. Chi vince ha ottime possibilità di sollevare la coppa tra una settimana. La magia nera degli All Blacks è opaca. L’assenza di Carter, un McCaw a mezzo servizio con il Cantabrian Todd a fargli sentire il fiato sul collo la dicono lunga sui dubbi che i tutti neri devono metabolizzare. Senza Carter è un’altra squadra.Questo il ritornello che abbiamo sentito durante tutta l’estate. L’ultima con gli australiani è andata male. 25 a 20 a Brisbane per i wallabies che hanno conquistato il Tri Nations. Neozelandesi che con Canterbury hanno perso contro i Reds anche il Super15. Insomma la sfida dell’Eden Park diventa un incrocio decisivo per molti aspetti. E’ la sfida anche tra due allenatori: da un lato Graham Henry, dall’altro un kiwi come Robbie Deans ispirato coach dei Crusaders approdato alla corte dei miracoli australiani. Due modi di giocare. Istintivo eppure razionale quello degli ozzies, di maniacale attenzione al particolare quello degli All Blacks che tuttavia in questo mondiale ancora non abbiamo visto troppo all’opera sulla fase difensiva. Contro l’Australia è la prima volta. Con Aaron Cruden in mediana e Piri Weepu al suo fianco. Il fattore campo di solito aiuta gli All Blacks. Basterà? Otto anni fa a Sydney la semifinale persa con la meta di Stirling Mortlock. Gregan uscendo dal campo disse agli avversari: “Four more years…” Un attesa che i blacks non possono permettersi oggi di affrontare.
Categoria: Rugby
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Rosso Warburton, i bleus in finale
Passa la Francia, passa con il cinismo di chi lo stile lo lascia nello spogliatoio ma centra la terza finale della sua storia mondiale. Contro il Galles, la sfida è segnata dal cartellino rosso che Alain Rolland esibisce in faccia al capitano gallese Sam Warburton. I britannici lo riempiono di insulti. Irlandese e per di più con chiare ascendenze francesi. Peggio di così non poteva andare. E invece lui va pert la sua strada. Segue il libretto delle regole, a dispetto del cronometro che è fermo al minuto 18. Sa che si sta giocando con il sudafricano Joubert un posto nella finale del mondiale. Non può nenache chiedere lumi a Giulio De Santis. Tutto avviene sotto i suoi occhi e così il Galles è costretto a giocare con un uomo in meno. E a dispetto dei santi riesce lo stesso a fare la partita. Dominio fisico, con Jamie Roberts e Jonathan Davies a farla da padrone, con strutture chiaramente leggibili e prevedibili. Qui il Galles dimostra di non essere entrato in partita. La Francia con Morgan Parra fa la differenza con i calci, va avanti nel punteggio. Il Galles no. James Hook resta alla finestra. Delude a tal punto che Warren Gatland prova la carta Stephen Jones. A certi livelli le semifinali si vincono a suon di calci. Il resto, mete comprese, fanno parte della scenografia, non del copione. E i calci il Galles li sbaglia, con Hook e Halfpenny. Stephen Jones sbaglia i drop, almeno un paio che avrebbero consentito il sorpasso dopo la splendida meta che ha infiammato anche i 60 mila presenti davanti al maxischermo del Millennium a Cardiff. Il sorpasso non c’è, la Francia festeggia la sua terza finale, conquistata davvero con il minimo sforzo.
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Senza favorite
Forse ha proprio ragione Greg Thomas, ex ufficio stampa dell’International Board, figlio di Clem e soprattutto australiano. Devi gettare la monetina per trovare una favorita tra le quattro semifinaliste del mondiale. Cominciamo da Francia-Galles, la sfida tutta europea. Il Galles non potrà schierare Rhys Priestland, e non è un’assenza da poco. E’ il giocatore, il playmaker che si è distinto di più in queste settimane di coppa del mondo. Giocatore che non lascia punti di riferimento alle squadre avversarie, che non le mette in condizione di giocare. Calcio, gioco alla mano, varietà nelle soluzioni. Tutto è possibile con lui in campo. Lo ha capito il Sudafrica, ancor meglio l’antifona è suonata per l’Irlanda di O’Driscoll. Senza di lui, salta un meccanismo non secondario nella squadra di Warren Gatlan. Il coach del Galles ha ripiegato su James Hook. Porteva scegliere Stephen Jones, non lo ha fatto solo perché di SJ si conoscono vita, morte e miracoli. E dare punti di riferimento alla Francia non è cosa consigliabile. La squadra di Marc Lievremont ha annientato l’Inghilterra, lo ha fatto dopo aver perso due match, con Nuova Zelanda e Tonga ma con gli inglesi ha ritrovato verve e gioco. Un gioco che una volta tanto è affidato alla sensibilità dei protagonisti. Il playbook serve, ma fino a un certo punto. La situazione di gioco, la visione di gioco, il sostegno sul punto di incontro è qualcosa che va oltre la lettura del match fatta nei giorni della vigilia. In questo i galletti sono sempre stati dei maestri ed è su quello che si nota la differenza con un Galles che è più solido dei francesi, che può contare sul fisico e sul talento dei due suoi centri ma che senza Priestland perde un qualcosa. Toss the coin, dunque. E buttiamo la monetina anche per l’altra semifinale, quella tra Nuova Zelanda e Australia. Quella sì, davvero una lotteria…
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Le fantastiche quattro
The Fab four sono sulla linea di partenza. Sono le stesse dell’edizione 1987 ma gli incroci sono diversi. Nord contro Sud, dopo la sconfitta a sorpresa dell’Australia per mano dell’Irlanda. Due semifinali apertissime, senza troppi punti di riferimento. A far la differenza sono le sensazioni, spesso legate ad una sola partita, l’ultima in ordine di tempo. Delle quattro solo una è imbattuta, si tratta della Nuova Zelanda che tuttavia deve fare i conti con gli infortuni e con le chiamate in squadra in corso d’opera. E’ così che Graham Henry e il suo coaching staff hanno dovuto fronteggiare gli infortuni nell’ordine di Carter, Colin Slade e Mils Muliaina. Giocherà Aaron Cruden, solo sette presenze in maglia nera che come backup avrà Stephen Donald. Nel gruppo arriva anche il maori Hosea Gear che, tagliato fuori prima del mondiale vi rientra dalla porta di servizio. Sono ancora loro i favoriti, a dispetto delle assenze. Se non altro per il fatto di giocarlo a casa questo bellissimo mondiale. L’ultimo ostacolo prima della partita della vita è rappresentato dall’Australia che nei quarti ha compiuto l’impresa di sbattere fuori dal torneo il Sudafrica, i campioni uscenti, una delle squadre più esperte e fisicamente più dotate. Li hanno battuti con la forza dell’entusiasmo, e con una grande difesa. Già la difesa, quella che con gli All Blacks si è vista poco, a giudicare dal loro strapotere in attacco. La semifinale può essere l’occasione per vedere gli All Blacks impegnati anche sul quel fondamentale. I wallabies del kiwi Robbie Deans hanno varietà di soluzioni offensive, con Cooper che fino ad ora è rimasto nel marsupio e con Kurtley Beale che tuttavia è in dubbio per via di uno stiramento. L’entusiasmo dei giovani può fare la differenza anche nell’altra semifinale tra Galles e Francia. I Dragoni di Warren Gatland hanno demolito l’Irlanda dei miracolo e si ripromettono di fare altrettanto con la Francia di Marc Lievremont rilanciata dalla vittoria contro l’Inghilterra. I galletti possono fare la differenza per l’esperienza, i gallesi per la voglia di vincere. Tutto pronto per lo showdown.
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Come 24 anni fa
Come 24 anni fa. Ancora una volta saranno Galles, Francia, Australia e Nuova Zelanda a contendersi il titolo di campione del mondo di rugby. Dopo il Galles che regola l’Irlanda e la Francia che si prende una bella rivincita contro l’Inghilterra, anche wallabies e i padroni di casa della Nuova Zelanda staccano il biglietto per le semifinali. Gli australiani lo fanno dopo una bellissima e tiratissima sfida contro il Sudafrica. Vincono 11 a 9 e la differenza la fa una grande difesa e la meta del capitano Horwill. Agli Springboks campioni in carica non basta il fisico, i canguri ci mettono cuore e qualità offensiva. E poco importa se Quade Cooper ancora una volta resta nella tana. Ad Auckland, nella partita della sera, la Nuova Zelanda la spunta non senza difficoltà contro l’Argentina. 33 a 10 il risultato finale. Ma All Blacks che devono sudare ben 67 minuti per segnare la prima meta con Kieran Read, poi doppiata da Brad Thorn. Coraggiosi i Pumas a cui non è bastata una grande difesa e la meta di Cabello per cercare il miracolo. Il mondiale continua dunque a regalare emozioni. Nuova Zelanda-Argentina non è stata una gran partita. O meglio è stata una sfida tra due squadre: una, l’Argentina, che ha rispettato in pieno il copione di squadra costretta a seguire un unico piano di gioco, quello del placcaggio e del rallentamento al limite del fallo della costruzione del gioco neozelandese. L’altra, la Nuova Zelanda, che ha sofferto a imporre il gioco, confermando tutti i limiti di una squadra che, senza Carter, marcia con la “ridotta”. Che cosa accadrà dunque domenica quando un’edizione straordinaria del derby del mar di Tasmania deciderà una delle finaliste della coppa del mondo. L’Australia è uscita dal guscio con una portentosa prova difensiva contro il Sudafrica campione uscente. In più può contare sulla qualità offensiva di gente come Courtney Beale e O’Connor. La Nuova Zelanda, in pratica non l’abbiamo mai vista difendere durante il mondiale. Tutto in discesa. E si giocano tutto in ottanta minuti più gli eventuali extratime. Nell’altra semifinale, la sfida è tra Galles e la ritrovata Francia. E allora guardando all’87 dobbiamo prepararci a un bis, oppure troveremo un’inedito iridato?
