Categoria: Rugby

Commenti su rugby e dintorni

  • La storia di Koji

    Non ce ne vogliano i kiwi ma con la decisione di affidare l’edizione 2011 del mondiale ancora alla Nuova Zelanda, forse il mondo del rugby ha perso un’altra grande occasione. Si sarebbe trattato della prima volta di un mondiale organizzato da un Paese fuori dal giro delle otto sorelle che hanno “inventato” l’International Board. Il calcio del resto ha puntato sul Sudafrica facendo (al contrario) più o meno lo stesso ragionamento che il Board si guardato bene dal fare. Il mondo del pallone è andato nella nuova frontiera. Il rugby no. Ed è un peccato. Perché a chi dice che il Giappone non ha tradizione, non ha appassionati, non ha il pedigree, si può rispondere raccontando la storia di Koji Tokumatsu, entusiasta segretario della federazione giapponese ma soprattutto vicepresidente del comitato a sostegno della candidatura di una nazione, il cui ex premier Yoshito Mori, non disdegnava affatto di farsi immortalare lanciato in meta, ovale alla mano.

    Torniamo indietro al 1975. Il mondiale non c’è ancora ma il Galles è di fatto la squadra che fa sognare. La storia di Koji viene raccontata in un capitolo di uno splendido libro di Richard Beard, pubblicato qualche anno fa. Koji lavora come giornalista al Nishi-Nippon Shimbun. Gioca in terza linea con la squadra della tv per cui lavora e la domenica allena i ragazzini. Il Galles che, nel ‘75 arriva in tour in Giappone, allinea molti dei “mitici” Lions del ’74. La partita è divertente, ma non certo equilibrata. Sugli spalti si divertono tutti. Tutti tranne Koji che, ammirato dalla maestria dei gallesi decide di dare una svolta alla sua vita. Non ha tanto denaro. Lascia il lavoro e dopo aver impacchettato pesce congelato a meno 40 gradi pur di permettersi il volo verso la casa del rugby, parte con un volo delle linee aeree pakistane. E’ un low cost della prima ora. Quattro scali. In tutto un giorno e mezzo prima di arrivare a Londra. In quel che resta della swinging town, Koji cerca qualcuno che giochi a rugby. Tappa obbligata, allora, la Rfu. Spiega che è un giapponese (si vedeva…) e soprattutto che vuole imparare a fare l’allenatore. E qui scopre che cosa vuol dire l’Inghilterra. Dall’altra parte della scrivania c’è Don Rutherford, che lo scruta quasi come un marziano. Poi gli mette sul piatto d’argento la più classica delle risposte. “Mi dispiace, non c’è niente che possiamo fare per lei. Benvenuto in Inghilterra”. Koji non si perde d’animo e continua la sua ricerca del Graal. Salta sul primo treno per Cardiff. Soldi pochi ma scarpe ancora buone e soprattutto un libro: “Dove andare a dormire nella terra dei Draghi”. Anche qui risposta obbligata: Dormitorio dell’Università. Una sterlina a notte, il preventivo. Qui le cose cominciano a prendere la piega desiderata. Dall’altra parte della strada infatti c’è un campo da rugby e mentre gli under 12 giocano, lui da buon giapponese che fa? Scatta fotografie. Scatta, scatta ancora fino a quando Lesile Gauntlett, un insegnante di educazione fisica della “Lady Mary High School”, scambia Koji per un tipo poco raccomandabile. “Cosa diavolo cerchi? – gli chiede – Niente, risponde Koji, voglio solo imparare ad allenare. Gauntlett lo indirizza allora al “Cardiff College of Education”, la scuola che ha tirato fuori una quindicina di Lions, e Gauntlett conosce il professor Aaron, il responsabile del dipartimento di educazione fisica, che lo presenta a sua volta a Leighton Davies, l’allenatore della squadra di rugby. Koji alla fine ce la fa. Seguirà gli allenamenti ma ad una condizione: dovrà tradurre in inglese testi giapponesi sulla ginnastica artistica, ovvero lo sport per cui Aaron va pazzo. E così comincia ad allenare. La terza linea della squadra del giornale, finisce anche per giocare all’ala nella seconda squadra del college. Diventa studente part-time e resta a Cardiff per due anni, alzandosi alle sei del mattino tutti i giorni, e andando a lavorare in un’impresa di pulizia. Ed è proprio mentre stacca dal lavoro che scopre il perché della supremazia del Galles. In un parcheggio vede dei bambini che giocano a rugby con una lattina. Proprio come succede da noi per il calcio.

    Appena rimette piede in Giappone, Koji mette a frutto quello che ha imparato nei due anni gallesi. Allena il Mekei High School e li porta fino alle finali nazionali di Osaka. Incredibile, fatte le dovute proporzioni, sembrava di veder giocare il Galles del ’75. Peccato che all’ultimo atto Koji non ci arriva. Muore l’Imperatore Hirohito, e in segno di rispetto la finale viene cancellata. Campioni ex aequo. E’ il 7 gennaio dell’89. Koji a Hirohito non ci pensa affatto. Pensa solo che quella finale poteva essere vinta. Nel parcheggio dello stadio, alcuni ragazzi giocano a rugby con una lattina di Coca. Una vittoria che vale poco, forse niente. Un boccone amaro, come quello che sarà costretto a mangiare qualche decennio dopo quando, dalla procedura di assegnazione del mondiale 2011 esce vincente la Nuova Zelanda. Eppure la delusione non scalfisce il samurai. Sembra di sentire le parole di Jean Pierre Rives, con il solito bel taglio sulla testa. “Lasciare il campo?… E per andare dove?”

  • Mezzo salto nel vuoto

    Il primo passo è fatto. Speriamo sia quello giusto. Nick Mallett ha scelto la lista dei trenta per il mondiale di Nuova Zelanda. Una scelta che non è conservativa ma che deve fare i conti con l’esistente. Pesa il forfait di Gower, pesa ancora di più quello di Burton per una Nazionale che con la maglia numero 10 continua ad avere problemi di rapporto. Non c’è Festuccia che – diciamolo pure – ha fatto la comparsa a dispetto delle chiamate di del cittì. Al suo posto D’Apice, una bella carta. Per lui sarà una grande esperienza, meno per Festuccia chiamato a fare il permit player con gli Aironi. Sarà l’ultima apertura di credito a Mallett. Con il mondiale si chiuderà infatti la sua parentesi con la Nazionale azzurra, iniziata proprio dopo il mondiale di Francia 2007. A Villabassa si è lavorato cercando di mettere a punto un piano di gioco che si adatti soprattutto alla sfida della vita del 2 ottobre a Dunedin con l’Irlanda. Nella provincia di Otago si decide tutto anche se la sconfitta dell’Australia contro le Saamoa è servita più a nascondere la reale qualità degli “ozzies” che a celebrare la resurrezione degli isolani. Il primo banco di prova sarà a Cesena, contro il Giappone di Kirwan che ha già messo le mani sul Pacific Championship. Poi toccherà alla Scozia, ultimo test prima della partenza per gli antipodi. Tutto è affidato a Luciano Orquera, Bocchino e ai soliti Parisse, Perugini e Castrogiovanni. Le solite certezze, aspettando che sboccino nuovi fiori.

  • Vecchi vizi

    Il mondiale under 20 si è concluso con la quarta vittoria di fila della Nuova Zelanda. Un vecchio vizio anche questo per una nazione che attende dal 1987 di riportare a casa la William Webb Ellis Cup. Ma hanno sofferto i kiwis contro un’Inghilterra che con la sua selezione ha messo in fila le premesse per guardare alla Coppa del mondo 2015. Un sistema in fase di rodaggio ma che già comincia a far capire la filosofia di gioco che i sudditi di Sua Maestà metteranno in piedi tra quattro anni. E’ una squadra, quella inglese, capace di stupire per solidità, consistenza tecnica ed efficacia. La Nuova Zelanda non ha apportato grosse novità al suo collaudato sistema di gioco. Si è limitato alla routine, cosa che rischia di non pagare vista la corsa a doppia velocità degli avversari. Vecchi vizi anche per l’Italia con il benservito dato a Cavinato tre giorni prima dell’inizio del mondiale. Questo è quanto dice il tecnico, già in rotta verso il ritorno a Calvisano. Veduta opposta per il presidente Dondi che ribadisce invece la decisione del coach trevigiano di tornare ad allenare in un club. Resta il fatto dell’inopportunità di un simile strappo solo qualche ora prima del debutto complicato contro i Baby Blacks. L’abbiamo visto con Berbizier, lo vediamo con Cavinato e lo vedremo con Mallett e la nazionale maggiore che si prepara per il mondiale a Villabassa. Può bastare?

  • Il futuro passa da qui

    Sono lontani i giorni in cui il mondiale di chiamava Fira. E forse proprio il fatto che l’International Board abbia deciso di adottare il “mondialino” come una sua creatura la dice lunga su come il rugby sia cambiato e su come il suo linguaggio sia davvero diventato globale. Non è la prima volta che quel che resta del mitico “Fira” fa tappa dalle nostre parti. Ma quella italiana è senza dubbio una edizione sotto i riflettori politici di chi vive le stanze di Huguenot House. Per molti è stata la scusa per scippare senza troppo clamore il mondiale quello vero per il quale la Fir aveva presentato la propria candidatura per le edizioni 2015 e 2019. E forse in parte lo è stata. Ma per tanti altri, la kermesse veneta diventa anche una sorta di prova generale per chi crede che l’Italia, prima o poi un’altra candidatura per il mondiale (quello dei senior) la presenterà. Ma non si tratta di una visita all’Italia in miniatura. Perchè con il mundial under 20 non si scherza. L’Italia vi arriva dopo aver conquistato il Trophy di seconda fascia lo scorso anno. E fa bene Andrea Cavinato a sottolinearlo. L’Italia arriva al paradiso del rugby per meriti propri, non perchè si è presa la “bega” di organizzarlo. Non aspettiamoci molto dai nostri. Le distanze sono siderali e quel che più conta è una certa disabitudine ad affrontare partite ogni quattro giorni. Eppure l’entusiasmo può fare brutti scherzi. Forse non alla Nuova Zelanda, ma magari qualche soddisfazione con le altre compagne di viaggio, gli azzurri se le potranno pure prendere. Favoriti i “Baby Blacks”, termine con il quale si usava battezzare la selezione più che sperimentale mandata in campo nell’86  da Brian Lochore contro la Francia a Nantes ma che ben si attaglia alle caratteristiche della selezione in nero. Ma tra le stelle sbarcate in Italia, un’occhio va dato senz’altro al Sudafrica e all’Inghilterra realtà che possono puntare ad un posto tra le prime quattro. Per gli azzurrini che i conti per ora li fanno soprattutto con l’infermeria, la speranza è quella di restare in prima divisione. Non sarà facile ma il fattore campo potrebbe rivelarsi decisivo.

  • Petrarca #12

    Ha badato al sodo Pasquale Presutti. Ai suoi ragazzi ha ricordato l’impresa dell’Aquila nel 1994 quando i neroverdi stesero il Milan nella finale di Padova pur avendo avuto un saldo negativo non i rossoneri negli scontri diretti. La finale dura ottanta minuti, ma è una partita con una storia a sé, come tutte. Il Petrarca ha vinto senza perdere la testa, sapendo sfruttare gli errori e le debolezze di un Rovigo che, a dispetto del primato in classifica, nelle semifinali con i Crociati era apparso dotato di un minor peso tecnico rispetto alla corazzata petrarchina. Vince il Petrarca, ma il Rovigo ci ha messo del suo. La squadra di Polla Roux negli ottanta minuti che decidono una stagione parte bene ma dura al massimo mezzora. Segna con Mahoney, al di sotto delle attese, replica con Bacchetti con una meta capolavoro che appare un segnale chiaro anche per il cittì Mallett. Ma poi si perde in un bicchiere d’acqua. Attacca Padova lì dove il Petrarca appare più solido, con una gabbia che limita, o meglio, annulla l’ariete Van Niekerk. Bustos esce dal guscio solo nella ripresa, Basson al piede non ne azzecca una nenache per sbaglio e complica la vita al Rovigo anche quando Roux lo dirotta in mediana al posto dell’ex Badia Zanirato. E allora diventa facile per il Petrarca tornare a cucirsi lo scudetto sulle maglie. Due mete di Costa Repetto, i calci di Mercier, schiaffi ben assestati davanti agli 8000 del Battaglini. Per il Petrarca sono un’autentica estasi tricolore. Come nel ’77 quando a Udine vinsero lo spareggio per il titolo. Una bella finale, vissuta soprattutto sulle emozioni e meno sul piano tecnico. E’ la dimostrazione che il seme del rugby, nei giorni della Celtic, resta ancora vivo in piazze travolte dal nuovo disegno delle competizioni internazionali. Che Padova e Rovigo giochino una finale scudetto più di trent’anni dopo i loro antichi duelli non può che far piacere. Con buona pace di chi pensa che il rugby italiano sia solo azzurro e Celtic League.