Sedevamo a fianco al Flaminio durante le partite del Sei Nazioni. Urlavamo, sbattevamo i pugni sul desk, pronti ad esultare quando gli azzurri ci regalavano qualche emozione. Era un piacere parlare di rugby con Peppe D’Avanzo, perché lo faceva senza sovrastrutture, semplicemente diretto. Amava il rugby come comunità, alla vecchia maniera. E te ne accorgevi quando vedevi le vecchie foto che l’ex manager azzurro Franco Hostiè gli aveva portato per ricordare un memorabile tour in Inghilterra di una Nazionale giovanile. Non scorderò mai quel viaggio tra Tirrenia e Parma per andare alle radici del rugby. Gli incontri con Georges Coste e quello con Massimo Giovanelli, il cittì e il capitano di Grenoble e della prima storica vittoria con la Francia. Oppure la chiacchierata con Marco Bortolami, all’Acqua Acetosa. Incontri semplici, diretti e profondi che andavano al di là del rugby ma ne tiravano fuori l’essenza, il nucleo, l’anima. Da oggi quella poltrona del Flaminio sarà vuota e anche il rugby sarà un po’ più solo. Conservo una lettera, scritta alla Mondadori con l’idea di un libro. Ad oggi per me è la più bella descrizione che del rugby si possa dare. Credo sia giusto condividerla per ricordare un amico che mi mancherà. Ciao Peppe…
Da una lettera di Giuseppe D’Avanzo
“Confesso che non ho mai capito che cosa significa quella frasetta di Alessandro Baricco – assai citata – che piace tanto ai rugbisti colti e meno colti e anche ai decisamente «ignoranti» [e so che, in campo, può essere una virtù, «l’ignoranza»] – quella che suona «Rugby, gioco da psiche cubista». Che diavolo, psiche cubista! Addirittura! La rigiro e la scruto, ma quella frase sta in piedi come un sacco vuoto.
Che cosa c’entrano «i volumi» con il rugby? Il rugby è fatto di traiettorie, di linee. Dove sono gli spazi vuoti nel rugby? Il rugby è fatto di pieni, quando è ben organizzato e giocato. Se si apre un vuoto è per sfinitezza: è un “buco”, come sai! Per di più, è difficile pensare un “buco” «astratto»: chi è in campo sa quanto fiato e apprensione costa “chiuderlo”. E poi faccio molta fatica a vedere nella leggiadrìa nuda, spigolosa e molle de Les demoiselles d’Avignon l’esplosività di una linea trequarti, nella certezza che non si possa trattare di un “carrettino” di avanti.
Anche i tempi non tornano e mi appaiono sballati. Quando il cubismo nacque tra il 1907 e il 1908 al Salon d’Automne, il rugby era già più che maggiorenne con i suoi ventiquattro anni, se è vero che lo spiritello anarchico consigliò a William Webb Ellis la nota stravaganza, nel Bigside della “pubblic school” di Rugby, il 1 novembre del 1883. Qualcosa sulla natura del gioco vorrà pur dire che è nato nell’Ottocento e non nel Novecento. E si potrebbe continuare…
Voglio dire che il rugby è spesso afflitto da una retorica spericolata che lo rende irriconoscibile. Ai molti che non ne conoscono le regole appare la sfrenatezza di un regime psichico primitivo segnato dai gesti fulminei di ragazzotti fermi al livello ferino e non ne intravedono, per dire, le metamorfosi di comportamento che vi si consumano – indotte da un «esercizio auto-repressivo stimolato dal Super-Io», come diceva un mio amico che la sa lunga. Si preferisce allora – ancora Baricco, e quindi ci cascano anche «i competenti» – parlare di «follia», di «caos», di «una partita di calcio che va fuori di testa».
Sarà! Il rugby non mi è mai parso un gioco «fuori di testa». Al rugby di Baricco, se devo dire la verità, preferisco il football di Frederick Exley (Appunti di un tifoso) che mi pare assomigli di più al mio rugby, comunque a quel che mi sembra sia il rugby più autentico. Mi sembra che, senza spericolatezze, Frederick Exley custodisca meglio l’idea che ho del gioco; il piacere che mi ha regalato giocarlo; l’euforia che, seduto in poltrona o al Flaminio, mi prende a vederlo giocare oggi.
Exley si chiedeva nel suo libro perché il football (noi diremo il rugby) era capace di restituirlo addirittura alla vita? Non aveva le idee chiarissime, anche perché credo che il povero disgraziato fosse alcolizzato di brutto, ma egli aveva la sensazione che rappresentasse «un’isola di franchezza in un mondo dominato dalla prudenza» (io aggiungerei anche: dall’ipocrisia, dall’ambiguità, insomma dalla democristianeria italica).
«Nel rugby – scrive Frederick – dovevi fare un gioco difficile e brutale. O lo facevi o lasciavi perdere. Non c’era niente di retorico o di vago e io avevo deciso di pensare che, un passato più felice, dovesse essere stato così in un tutte le faccende degli uomini. Aveva il sapore di qualcosa di antico, familiare, qualcosa di non offuscato da malizie e sotterfugi. Quello era il potere che [il rugby] esercitava su di me e mi catturava con la forza di qualcosa che conosci, che ricordi vagamente, ineffabile, come la perfezione».
Bello e chiaro, no? Il rugby è – credo – una faccenda maledettamente concreta, per niente caotica o folle. E’ lineare, addirittura spudorata nella sua franchezza ed essenzialità. E’ colta perché, nonostante l’apparenza, è l’esatto contrario di tutto ciò che è naturale. Nelle sue manifestazioni migliori, mai scava nella cloaca degli istinti o nel vortice psichico ed emotivo. Al contrario, impone controllo. Dicono che educhi, invece istruisce anche. Dicono che dia carattere, invece accultura. Postula una placenta comunitaria; un pensiero ordinato; paradigmi condivisi senza gesuitismi o imposture. Nessun odio e, per riflesso, nessuna paura (l’odio è paura cristallizzata, odiamo ciò che temiamo). Sottende una forza spirituale prima che fisica. Esclude la mossa furbesca, la sottomissione gregaria, l’arroganza del prepotente. Aborra ogni cinismo immoralistico perché è capace di essere schietto e leale nonostante la brutalità o forse proprio grazie a quella. Si può immaginare qualcosa di meno italiano?
L’ho fatta assai lunga, ma la questione che diverte me e il mio amico Paolo Pacitti è proprio questa: come può il rugby – la comprensione del gioco, della sua nervatura “culturale”, del suo spirito e consuetudini – aiutare a illuminare meglio le debolezze del carattere italiano? Lo si può dire in un altro modo: può un gioco – il rugby – così estraneo all’identità popolare italiana offrirle, felicemente, un exemplum così vivo da correggerla, riformarla o almeno – perché no? – inquietarne qualche deficit?…
… Bene, ecco l’azzardo: la percezione negativa dell’arbitro e la concezione pregiudizialmente ostile del suo lavoro sono, dalle nostre parti, un’eredità latina e il retaggio cattolico. Richiamano il diritto romano. Accennano all’uso politico-amministrativo della legge da parte dello Stato, dunque a uno strumento per la risoluzione dei conflitti che incista giustizia e potere politico. Come spiegano gli storici, in Italia – terra del Papa e dell’Impero – con un diritto «dotto», inaccessibile ai più, il potere si costituisce come naturalmente lontano dal popolo, così come il linguaggio del suo comando, diverso dalla lingua quotidiana. La legge è separata dalla vita. Diviene un affare per specialisti. Raffinato e coerente, magari. Ma sempre dannatamente astratto, “metafisico”. L’impiego di qualcosa di così elementare e democratico come la giuria anglosassone è impensabile con quelle lune, così come la parità o l’equivalenza tra accusa e difesa.
Dominata dal latinorum, qualsiasi “contatto” con la legge non può che avvenire, in epoca di analfabetismo di massa, per interposta persona. Laddove in Inghilterra solo nella seconda metà dell’800 – più o meno dunque ai tempi di quel matto irlandese di William Webb Ellis – le università cominciarono a rilasciare lauree in legge, la procedura romano-cattolica non può funzionare senza avvocati, tutti “scientificamente” preparati ad aggirare il codice o a trarne vantaggio a scapito di qualche altro.
Gli storici scrivono che l’identità italiana, e soprattutto quella popolare, ne è restata segnata per sempre, e si capisce perchè. Difficile credere che una legge di quel genere nasce per l’interesse di molti. Come è arduo pensare che custodisca un senso etico e non occasione di arbitrio. E’ così che, nell’Italia popolare, la legge rimarrà sempre affare per Azzeccagarbugli, traffico di un potere rivolto solo ad ingannare e spogliare i deboli. «In Italia, contro l’arbitrio che viene dall’alto, non si è trovato altro rimedio che la disobbedienza che viene dal basso», diceva Giuseppe Prezzolini con molte ragioni. E’ una concezione anarcoide che avverte il potere come inevitabilmente opaco e, per principio, lo contrasta. Anche naturalmente allo stadio, spazio metaforico per eccellenza, dove la rappresentazione del potere va in scena con quel cornuto dell’arbitro. Rappresentazione e pregiudizio ostile che nessuno nelle Isole Oltremanica azzarda perché il giudice da quelle parti non è altro che un amministratore della procedura. Chi decide è una giuria popolare, cioè io, te, altri come noi. Come diffidarne? E infatti accettano il giudizio anche quando è infelice e non diffidano dell’arbitro del rugby, un tipo che aiuta il gioco a farsi bello; consiglia i giocatori; avverte dei pericoli e non è lì soltanto per punire, minacciare, ossequiare il più forte, industriarsi a danno del malfermo…
… Il fatto è che il rugby, dovunque lo afferri, può sollecitare qualche divertente punto di vista, se lo incastri nelle consuetudini italiane e nel modo in cui si è cristallizzato il carattere nazionale.
… ho già accennato… all’orientalità geografica della penisola e al ruolo divisorio dell’Appennino; immagini che, applicate al mondo del rugby, offrono qualche curiosa occasione.
Come si sa, la penisola è tutta proiettata da Ovest a Est. Basta dare un’occhiata alla carta geografica. A causa dell’inclinazione longitudinale dell’asse della penisola, il suo sud è in realtà un sud-est. E’ un oriente. Tutta l’Italia continentale oltre la linea Cassino-Porto S. Giorgio si trova in realtà più a oriente di Trieste, la città più a est dell’Italia settentrionale. Napoli si trova ad oriente della città giuliana. Otranto, la cittadina più ad est della penisola, è sullo stesso meridiano di Budapest e di Danzica, più a oriente di Berlino e perfino di Stoccolma. Il dato è spesso oscurato dalla rappresentazione della penisola nella bipolarità Nord-Sud.
A noi questa storia torna utile, se non pensi che sono fuori di testa, per comprendere meglio dove nasce il rugby italiano. L’orientalità geografica della penisola rende manifesto, infatti, il ruolo divisorio della catena appenninica.
La coscienza romana più antica, dicono gli storici (qui mi affido a un vecchio libretto di Ernesto Galli della Loggia) sentì così fortemente questo ruolo «da considerare come Italia vera e propria solo il versante tirrenico mentre quello adriatico veniva relegato in un’estranea lontananza abitata da “Greci” e “Celti”». Questa idea diede vigore al sentimento di una penisola la cui linea divisoria, per così dire vocazionale, fosse rappresentata dai monti della dorsale. Ne è prova quel passo di Dante nel De vulgari eloquentia che, in una traduzione cinquecentesca, suona a questo modo: «La Italia è primamente in due parti divisa, cioè nella destra e nella sinistra, secondo il giogo dell’Appennino».
Naturalmente, il rugby non poteva che nascere al di là degli Appennini, «nella sinistra», da un’altra parte rispetto all’Italia vera e propria. Le città del rugby sono lì. Dall’Appennino (L’Aquila) verso la pianura (Rovigo, Padova, Parma e più in là verso Brescia, e più in su verso Treviso) in un’Italia nascosta che sarebbe piaciuta a Mario Soldati perché, come quella del vino, bisogna scoprirsela da soli. E’ scontrosa, ribelle, riservata, schiva di ogni pubblicità. Vuole essere «scoperta e conosciuta in solitudine o nella religiosa compagnia di pochi amici».
Il rugby è l’Italia del rude, ispido, antitalianissimo Dante («Sentire appassionatamente, agire risolutamente, peccare appassionatamente, e pensare audacemente: ecco ciò che muove l’animo suo», e appunto quello di un rugbista) e non di quel «creatore di mode» di Petrarca o peggio dell’Umanesimo che fece degli italiani uomini «vuoti, meschini, senza convinzioni e pieni di risentimenti personali, dediti al traffico degli scandali, esageratamente permalosi e privi di idee» convinti che le cose dette siano già cose fatte. L’Italia del «bene comune» di Machiavelli e non quella del «particolare» di Guicciardini, te lo immagini un guicciardiniano a “dare sostegno”? …
