Il Sei Nazioni parte come meglio non si può. L’Italia batte 18 a 10 la Scozia ma stavolta la vittoria somiglia a un esame di laurea e il voto è con lode. I ragazzi che fanno l’impresa vestono la maglia azzurra. Gli highlanders masticano amaro, come due anni fa. Ma stavolta la favola che ci restituisce il diluvio dell’Olimpico è quello di una squadra che ha raggiunto la sua maturità. Le mete di Lynagh e Menoncello che permettono agli azzurri di scappare subito nel punteggio per una volta sono solo dettagli. Quello che all’Olimpico impressiona è la grande presenza dei ragazzi di Quesada. Una squadra granitica sul piano mentale che mette le mani sul match e non lo molla per tutti gli ottanta minuti. Agli avversari non si lascia nulla. E’ perfetta nella lettura difensiva e diventa implacabile nel togliere ossigeno agli avversari. E se si pensa che fuori dal roster c’è gente come Capuozzo, Negri, Allan (solo per ricordare i grossi calibri) allora si capisce meglio l’impresa di cui si sono resi protagonisti questi ragazzi. Nella palude dell’Olimpico gli highlanders sono affondati placcaggio dopo placcaggio, con gli azzurri esemplari nel rallentare il gioco e rispondere colpo su colpo ad ogni variazione sul tema. Se Niccolò Cannone, Zuliani e Lamaro diventano una maginot sulle iniziative scozzesi, Lynagh, Menoncello e Ioane sono gli uomini copertina di una storia da raccontare ai nipotini. Sull’Olimpico diluvia ma sotto i palloni alti ci vanno loro. Lynagh recupera, Fusco distribuisce e Tommy finalizza. Poco prima era stato invece un calcetto di Brex a aprire la cassaforte per le mani della bionda ala australiana. Due pilastri sui quali l’Italia costruisce la casa del sogno. La Scozia prova a reagire ma non passa. Segna con Dempsey, ci spera con la meta di George Horne. Ma non è giornata. L’Italia chiude ogni varco, Ioane non fa sconti e si sacrifica fino all’ultimo. Il forcing finale va a sbattere contro la tenuta mentale di una squadra che nel pomeriggio dell’Olimpico è d’acciaio. Non si passa neanche dopo 20 fasi di gioco. Finisce con tre punti di vantaggio e la pioggia dell’Olimpico che si mischia alle lacrime dei ragazzi mentre sollevano la coppa dedicata a Massimo Cuttitta e messa in palio ad ogni sfida tra l’Italia e la Scozia, le due mischie di “Mouse”. Oggi anche lui sarebbe stato sul campo a festeggiare.
Autore: Paolo Pacitti
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Sei Nazioni 2026, la prova del 9
Si comincia contro la Scozia. Per gli azzurri di Quesada è una prova di maturità. Al Sei nazioni si arriva con la vittoria pesante dell’autunno scorso contro l’Australia ma anche con la ruggine vista a Genova contro il Cile. Lo scorso anno la vittoria contro il Galles è stata come un lampo in un’edizione vissuta sul filo delle sconfitte. Evitato il cucchiaio di legno, la truppa azzurra quest’anno è a caccia di riscatto. Questa vigilia l’Italia la vive con l’infermeria piena. Si è fatto male anche Todaro, ultima stellina di una squadra che fatica a mettere i talenti a sistema. La Scozia va presa molto con le molle. Comincia a far paura alle grandi e a un anno e mezzo dal mondiale il 9° posto nel ranking forse le sta stretto. Si gioca in casa (Roma, Olimpico ore 15.10). Due anni fa gli azzurri si presero lo scalpo, a conferma della qualità di un gruppo che da allora è cresciuto e maturato. Quesada gioca sul sicuro, mette esperienza ma non disdegna la freschezza di Alessandro Fusco come numero 9 per dettare sul ritmo un match mai facile contro gli highlanders. Partire con il piede giusto sarebbe importante come giovedì ha insegnato la Francia capace in meno di un’ora di tramortire (36 a 14) la corazzata irlandese.
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Sei Nazioni 2026: Italia-Scozia le formazioni
Ufficializzate le formazioni di Italia e Scozia per la sfida d’esordio del Sei Nazioni 2026 di sabato all’Olimpico di Roma
ITALIA: 15 Leonardo MARIN (Benetton Rugby, 17 caps); 14 Louis LYNAGH (Benetton Rugby, 9 caps), 13 Juan Ignacio BREX (Tolone, 49 caps), 12 Tommaso MENONCELLO (Benetton Rugby, 34 caps), 11 Monty IOANE (Lione, 42 caps) 10 Paolo GARBISI (Tolone, 49 caps), 9 Alessandro FUSCO (Zebre Parma, 20 caps); 8 Lorenzo CANNONE (Benetton Rugby, 33 caps), 7 Manuel ZULIANI (Benetton Rugby, 38 caps), 6 Michele LAMARO (Benetton Rugby, 49 caps) – capitano; 5 Andrea ZAMBONIN (Exeter Chiefs, 14 caps), 4 Niccolò CANNONE (Benetton Rugby, 58 caps); 3 Simone FERRARI (Benetton Rugby, 69 caps), 2 Giacomo NICOTERA (Stade Français, 36 caps); 1 Danilo FISCHETTI (Northampton Saints 58 caps)
A disposizione: 16 Tommaso DI BARTOLOMEO (Zebre Parma, 6 caps), 17 Mirco SPAGNOLO (Benetton Rugby, 19 caps), 18 Muhamed HASA (Zebre Parma 4 caps), 19 Federico RUZZA (Benetton Rugby, 67 caps), 20 Riccardo FAVRETTO (Benetton Rugby, 8 caps), 21 Alessandro GARBISI (Benetton Rugby, 19 caps), 22 Giacomo DA RE (Zebre Parma, 6 caps), 23 Lorenzo PANI (Zebre Parma, 8 caps)
SCOZIA: 15 Tom JORDAN (Bristol Bears, 12 caps) ; 14 Kyle STEYN (Glasgow Warriors, 28 caps) , 13 Huw JONES (Glasgow Warriors, 58 caps), 12 Sione TUIPULOTU (Glasgow Warriors, 33 caps) – capitano , 11 Jamie DOBIE (Glasgow Warriors, 17 caps) ; 10 Finn RUSSELL (Bath Rugby, 89 caps) – vice capitano , 9 Ben WHITE (Toulon, 31 caps) ; 8 Jack DEMPSEY (Glasgow Warriors, 29 caps) , 7 Rory DARGE (Glasgow Warriors, 34 caps) – vice capitano , 6 Matt FAGERSON (Glasgow Warriors, 59 caps) ; 5 Grant GILCHRIST (Edinburgh Rugby, 84 caps), 4 Scott CUMMINGS (Glasgow Warriors, 45 caps) ; 3 Zander FAGERSON (Glasgow Warriors, 76 caps), 2 Ewan ASHMAN (Edinburgh Rugby, 32 caps) ; 1 Pierre SCHOEMAN (Edinburgh Rugby, 44 caps)
A disposizione : 16 George TURNER (Harlequins, 50 caps) 17 Nathan MCBETH (Glasgow Warriors, 5 caps) 18 Elliot Millar MILLS (Northampton Saints, 11 caps) 19 Max WILLIAMSON (Glasgow Warriors, 9 caps) 20 Gregor BROWN (Glasgow Warriors, 12 caps) 21 George HORNE (Glasgow Warriors, 40 caps) 22 Adam HASTINGS (Glasgow Warriors, 35 caps) 23 Darcy GRAHAM (Edinburgh Rugby, 50 caps)
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Sei Nazioni 2026. Si comincia
Edimburgo, all’alba. Per ora solo una “photo opportunity” in attesa di cominciare a fare sul serio. Prima sfida per l’Italia il 7 febbraio all’Olimpico contro la Scozia. Ci manca qualche pezzo, e questo preoccupa. C’è stata la vittoria con l’Australia, ok. Ma c’è stato anche il Cile che qualche grattacapo ce lo consegna. L’Italia non è quella di Genova, o meglio è anche quella di Genova nel mortale giro sulle montagne russe che alterna momenti di esantazione ad attimi di depressione. Il Sei Nazioni, quindi, soprattutto questo Sei Nazioni a meno di due anni dal mondiale, diventa una questione maledettamente importante per Gonzalo Quesada. “Il nostro obiettivo per questo Torneo che sta per iniziare – ha detto – è quello di continuare ad aumentare la consistenza delle nostre prestazioni, mantenendo invariata nel corso delle cinque partite la nostra capacità di essere competitivi. Arriviamo da un buon novembre, con le vittorie su Australia e Cile e due prestazioni di qualità contro i Wallabies e gli Springboks. Abbiamo tre obiettivi, e nessuno di loro è negoziabile, per misurare la qualità delle nostre prestazioni: una conquista molto solida in difesa per mettere sotto pressione e in attacco per lanciare il nostro gioco, una difesa che esprima il cuore, la passione e lo spirito del rugby italiano ogni volta che non abbiamo il possesso, un attacco e gioco offensivo eccitante, che testimoni il percorso di crescita di questa squadra” ha ripetuto nel corso degli incontri con la stampa il CT Quesada. Questo a parole. Sul campo la musica sarà diversa. Nel mirino di una caccia alla vittoria c’è il Galles. Poi Galles e Inghilterra con il favore del pubblico. Ma non sarà facile. Pezzi pregiati come Allan, Capuozzo, Lucchesi, Negri, Trulla e Vintcent sono una tara pesante. Le alternative ci sono. Dovranno bastare.
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Il maestro
Se ho cominciato a radiografare il rugby credo che una buona parte di “colpa” sia sua. Luciano Ravagnani è stato però qualcosa di più di un esempio. Mi verrebbe da definirlo un modello, un archetipo. Perchè in fondo se il rugby italiano è cresciuto negli anni è anche merito suo, delle sue analisi, delle sue provocazioni. Siamo tutti suoi figli, o almeno io mi sento così. Figli di un modo di raccontare il rugby che oggi è andato un po’ perduto man mano che il rugby è lievitato tra chili, impatti e personaggi. Lui no, quel modo di leggere l’ovale non l’ha mai rinnegato. Sul Gazzettino andavi a leggere il suo colonnino, divoravi la cronaca della partita della Nazionale o del derby tra Rovigo e Petrarca, lui che i petrarchini vedevano con qualche malcelata diffidenza solo perchè era polesano di Costa di Rovigo. Con quei pezzi siamo cresciuti a pane e rugby. L’analisi della partita dettava una linea e insegnava un metodo. Conquista e utilizzazione, per fare a fette il racconto di una partita, roba utile anche oggi ma su coordinate diverse a ben pensare. La lettura che oggi fanno gli statistici nel coaching box, davanti ai computer, lui la faceva in tribuna stampa con il suo taccuino: PAB che voleva dire punizione per gli All Blacks, tre lettere per fermare il tempo, il resto era nella sua testa. E alla fine il pezzo veniva giù liscio, come una premessa e la sua conseguenza naturale. Oggi le statistiche arrivano via mail, il racconto è un insieme di episodi scollegati, un elenco telefonico o un verbale. Con Luciano Ravagnani la partita era una spiegazione, una storia di una guerra su un campo verde. I mondiali, i tour degli azzurri in giro per il mondo, lui c’era. Ha raccontato l’adolescenza di un rugby oggi diventato grande. I suoi libri, gli annuari di Tuttorugby sulle cui tracce è iniziata anche l’avventura del sottoscritto e di Francesco Volpe. Gli dobbiamo molto e oggi ci manca. Manca a me e soprattutto al rugby. Ciao Maestro.

