E ora non svegliateci. Non è un sogno. Tutto vero. L’urlo dell’Olimpico lo ha sentito anche il reverendo William Webb Ellis. E’ sepolto a Mentone, l’uomo che ha inventato il rugby nel 1823. Ma a fare festa oggi sono i colori azzurri che hanno colto l’ultimo scalpo, quello di battere l’Inghilterra. Mancava solo lei. E’ un po’ come uccidere la madre, dopo Sinner sull’erba di Wimbledon, oggi tocca al rugby scrivere un pezzo di storia. Con i bianchi della Rosa per anni siamo stati minutaglia. Le prese in giro di Will Carling nel mondiale del lontano 1991, i bocconi amari di una storia fatta soprattutto di delusioni e batoste. Oggi si sale in cattedra. l’Inghilterra è al tappeto. E non lo è per caso. Ha vinto la squadra più forte. I dettagli stavolta hanno un peso relativo. Sono le due mete di Freeman e Roebuck nel primo tempo. Tutto lì. Gli azzurri sono rimasti lì, a lottare pallone su pallone in una guerra di trincea che non lasciava spazi. Menoncello sontuoso quando incrocia un pallone d’oro di Alessandro Garbisi e si apre un’autostrada verso la storia. L’Italia difende, non fa passare nenache un filo d’erba davanti alla sua maginot. Costruisce una vittoria corale. Non importa essere perfetti, bisogna dare sostanza ad una superiorità che è evidente a dispetto delle imprecisioni, dei cartellini gialli e delle decisioni dell’arbitro. La storia si c ostruisce anche così. Come quando Lynagh regala incursioni e punizioni al piede di Paolo Garbisi. Ferrari è una sentrenza in mischia chiusa con Nicotera e Fischetti. Poi quando sono entrate le forze fresche, la superiorità è stata anche più netta con l’Inghilterra fuorigiri e l’Italia a marciare sui cori di Roma. La svolta nella ripresa con la furia che si scatena come un lungolinea di Sinner tra Ioane, Menoncello e Leonardo Marin a finalizzare oltre la linea di gesso. “Italy by 5” per gli scommettitori, gli azzurri per la storia di uno sport che quasi cento anni dopo la prima partita internazionale (anno di grazia 1929) taglia un traguardo. Come a Dublino, come a Grenoble, come a Cardiff, come con l’Australia, come con il Sudafrica. Vittorie che raccontano una storia fatta da ragazzi che hanno creduto in un sogno. Ora ne manca solo una: quella con gli All Blacks. Ma è questione di tempo perchè stasera non c’è tempo per sognare. Su Roma il cielo del rugby è azzurro e forse un sorriso spunterà anche sul viso del reverendo Webb Ellis.
Autore: Paolo Pacitti
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La vigilia della storia
Mai come questa volta questa vigilia è stata “la vigilia”. Contro l’Inghilterra potrebbe essere la volta buona per la prima vittoria. Scongiuri a parte, tra quote che lasciano poco spazio al risultato scontato, a disegnare un’opportunità per l’Italia di Quesada c’è il percorso che gli azzurri hanno fatto finora. Una vittoria e due sconfitte con Irlanda e Francia per un’Italia che comunque si è fatta apprezzare. Lo dicono gli stessi inglesi nei podcast e nei commenti di una vigilia in cui a farla da padrone è il margine stretto dei pronostici. La squadra ha chiesto ai tifosi di indossare una maglia azzurra: è un segno, ci credono anche a dispetto degli infortuni che hanno messo fuorigioco il folletto Ange Capuozzo. I motivi per farlo sono soprattutto inglesi. La squadra di Borthwick non ha brillato: battuta dalla Scozia a Murrayfield, travolta dall’Irlanda a Twickenham. La voglia di riscatto è tanta mentre le critiche non sono mancate. Fa paura la mischia azzurra che ha già fatto capire a tutti di aver smesso i panni di sparring partner. Anche per questo il cittì inglese lì davanti disegna una panchina con sei avanti e rispolvera Daly ad estremo Fin Smith in mediana. Gli azzurri ritrovano Pani dietro, Brex nella cerniera dei centri e lasciano la mediana ai fratelli Garbisi. Una scelta di equilibrio anche in prospettiva di ottanta minuti non facili ma possibili. Anche per questo Quesada mette le mani avanti. Di un’Inghilterra in crisi non se ne parla: “Il passato non conta – fa capire il coach azzurro – fanno tante cose bene gli inglesi, anche se non hanno vinto. Rallentano il pallone, guadagnano più calci di punizione da mischia e sono quelli che fanno più metri palla in mano. Sappiamo che utilizzeranno molto il gioco raggruppato: l’anno scorso abbiamo preso 3 mete da maul, quindi dobbiamo essere molto preparati”. Sarà una partita che potrebbe decidersi sul finale. Anche per questo mette Alessandro Fusco come “impact player” da utilizzare negli ultimi minutie. Si gioca alle 17.40 dopo Scozia-Francia. Una volta l’azzurro era roba da sottoclou. Ora non più. Anche questo è un segnale.
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Sei Nazioni 2026: Francia migliore, Italia ko 33-8
Troppo forte la Francia. E il risultato lo dice. Cinque mete a una, di Ange Capuozzo che torna in azzurro, segna ma accade tutto nel giorno sbagliato. Paghiamo gli errori, i placcaggi sbagliati, le touche regalate nel secondo tempo non senza un pelo di stanchezza. I francesi partono forte. 3 mete in mezzora con Bielle-Biarray, Meafou e Ramos. Capuozzo accorcia nell’unica vera disattenzione di una Francia che rilegge il copione della sfida d’apertura con l’Irlanda. Nella ripresa si vede l’Italia migliore ma non basta, Ramos e Dupont inventano qualche virgola in un monologo che gli azzurri non riescono a scalfire. Sbagliamo troppo, restituiamo il pallone agli avversari anche quando potremmo far male. In un paio di occasioni, il dominio in mischia viene sacrificato nel nome del più banale degli errori. Ai galletti basta guardare e colpire altre due volte nel finale di gara. Con gli azzurri in 14 (giallo a Lynagh), Draen e Gailleton mettono il sigillo sulla gara. Ad una stanca Italia stavolta non bastano gli applausi. Si gira pagina. Tra due settimane all’Olimpico tocca all’Inghilterra, mai battuta dai nostri. Ieri l’Irlanda l’ha asfaltata sull’erba di Twickenham. Varrebbe la pena provarci.
Gonzalo Quesada: “Al settantesimo eravamo 19-8”, dice Quesada, che prosegue: “Anche se stata una partita chiusa fin lì, abbiamo difeso molto bene, anche sui palloni a terra. Ho parlato con Galthié e anche lui è stato sorpreso da questo nostro atteggiamento. Abbiamo preso una meta con un calcio di spostamento mentre eravamo in inferiorità: peccato, perché il risultato non rispecchia molto ciò che abbiamo fatto in partita”.
Michele Lamaro: “Ci sono state ottime situazioni in cui abbiamo dimostrato di essere al livello di una grandissima squadra come la Francia, poi purtroppo abbiamo commesso degli errori che loro hanno colto in maniera molto vorace. Questo ci è costato 14 punti nel primo tempo. Nel secondo tempo non siamo stati molto precisi in touche, nel dare palloni puliti ai trequarti. C’è un po’ di rammarico per l’azione finale, perché non siamo riusciti a concretizzare: contro squadre del genere creare tre o quattro opportunità è il massimo e devi metterne a segno almeno l’80%. Questo ci è mancato, nonostante abbiamo alzato l’asticella. Dobbiamo imparare a sfruttare le occasioni che abbiamo: abbiamo fatto mezz’ora di grande intensità nel secondo tempo. Contro queste squadre devi capitalizzare ciò che riesci a costruire”.
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L’occasione
Avete visto l’Irlanda demolire a Twickenham l’Inghilterra di Bortwick? Qual è quella con cui abbiamo ben figurato a Dublino? Quesada al termine del match dell’Aviva Stadium non ha scoperto le carte. “So bene quale è il momentum dell’Irlanda – ha sottolineato in conferenza stampa. Ma so pure quale è quello dell’Italia”. E contro la Francia sarà il momento di scoprirlo. L’Italia ha una mischia fortissima e nel rugby di oggi è una gran cosa. Senza palla giochiamo da top team. Con il pallone ogni tanto commettiamo qualche ingenuità. Ma appunto sono dettagli che sono le cose che preoccupano i galletti. Loro hanno una profondità di selezione notevolissima. Sono la squadra più in forma (con gli azzurri) di questo inizio di torneo. Solo qualche anno fa sognavamo di essere a questo punto. Ora ci siamo e in quindici giorni il torneo darà il verdetto che ci riguarda. Possiamo fare un brutto scherzo a Francia e Inghilterra. Con la squadra di Fabien Galthiè non sarà facile. Con l’Inghilterra all’Olimpico avremo un ghiotta occasione. E occhio anche al Galles che ha perso con la Scozia al Millennium ma ha fatto vedere piccoli segni di riscatto. Nell’Italia a Lille torna Capuozzo, in attacco sarà importante. Ma è in difesa e nel gioco attorno a raggruppamenti che si giocherà la sfida. La Francia ha dominato le prime due partite. ha liquidato l’Irlanda 36-14 e il Galles 52-12 e conquistando in entrambe le occasioni il punto di bonus molto prima della fine della partita. L’impressione è che i Bleus dopo aver guadagnato un primo vantaggio abbiano gestito, e questo lascia ancora delle incognite sulle loro reali potenzialità. L’Italia ha conquistato 5 punti nelle prime 2 partite, frutto di una vittoria per 18-15 sulla Scozia e di una sconfitta per 20-13 a Dublino contro l’Irlanda, in un match in cui gli Azzurri hanno sfiorato uno storico traguardo.
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Il rugby, l’Italia e la democrazia
Ho letto questa mattina su Repubblica una risposta ad una lettera di un lettore (Andrea Lovaria di Milano) da parte di Francesco Merlo. Il rugby è lo sport che più somiglia alla democrazia: stadi pieni di tifosi allegramente mescolati, inni a squarciagola, allenatori in tribuna, forza e velocità senza falli cattivi né manfrine. L’arbitro decide, spiega e nessuno osa discutere. Alla fine gli abbracci e i vincitori che applaudono gli sconfitti. Il rugby, che sport. Merlo risponde come il gioco della palla ovale sia una specie di educazione civica che viene praticata nelle scuole, è un codice d’onore che fa parte del romanzo di formazione di ciascuno e di tutti. Torna sulla placenta comunitaria, tanto cara a Peppe D’Avanzo: non lo si può amare senza condividerne i valori che vanno dalla lealtà allo spirito di squadra, dal coraggio al rispetto dell’avversario. Valori che coinvolgono non solo i giocatori e i dirigenti ma anche i tifosi. Sono questi che si riconoscono nel campo avverso. In questo il rugby tocca il tema della democrazia. Nella risposta di Merlo si tocca anche il tema della forza, che non è violenza, non è cattiveria, forse c’è della sana furbizia e pazienza – aggiungiamo noi – se ci si può far male. E’ amato da una minoranza di italiani che la pensano all’inglese. E’ il gioco che più somiglia alla democrazia. Queste righe, spiegano molto sul rugby in Italia, spiegano anche come si debbano fare i conti con la morale che incista gli italiani. Fare i conti con il proprio corpo, con l’avversario, con l’altro da sé. Il rugby in fin dei conti è un altro luogo dove il confronto vive sulla forza, ma anche sulle idee. Gioco di situazioni, dove il coach disegna ma è sull’intelligenza e sulla forza del giocatore che si gioca l’occasione per fare punti. C’è poi il sostegno che è un altro archetipo da mischia. Nel rugby ci si aiuta, si avanza insieme, un esempio per chi gioca una partita da solo. E forse l’Italia che batte la Scozia, perde e recrimina contro l’Irlanda ma esce a testa alta è l’esempio migliore da dare al Paese. Insieme si può.

