Se ho cominciato a radiografare il rugby credo che una buona parte di “colpa” sia sua. Luciano Ravagnani è stato però qualcosa di più di un esempio. Mi verrebbe da definirlo un modello, un archetipo. Perchè in fondo se il rugby italiano è cresciuto negli anni è anche merito suo, delle sue analisi, delle sue provocazioni. Siamo tutti suoi figli, o almeno io mi sento così. Figli di un modo di raccontare il rugby che oggi è andato un po’ perduto man mano che il rugby è lievitato tra chili, impatti e personaggi. Lui no, quel modo di leggere l’ovale non l’ha mai rinnegato. Sul Gazzettino andavi a leggere il suo colonnino, divoravi la cronaca della partita della Nazionale o del derby tra Rovigo e Petrarca, lui che i petrarchini vedevano con qualche malcelata diffidenza solo perchè era polesano di Costa di Rovigo. Con quei pezzi siamo cresciuti a pane e rugby. L’analisi della partita dettava una linea e insegnava un metodo. Conquista e utilizzazione, per fare a fette il racconto di una partita, roba utile anche oggi ma su coordinate diverse a ben pensare. La lettura che oggi fanno gli statistici nel coaching box, davanti ai computer, lui la faceva in tribuna stampa con il suo taccuino: PAB che voleva dire punizione per gli All Blacks, tre lettere per fermare il tempo, il resto era nella sua testa. E alla fine il pezzo veniva giù liscio, come una premessa e la sua conseguenza naturale. Oggi le statistiche arrivano via mail, il racconto è un insieme di episodi scollegati, un elenco telefonico o un verbale. Con Luciano Ravagnani la partita era una spiegazione, una storia di una guerra su un campo verde. I mondiali, i tour degli azzurri in giro per il mondo, lui c’era. Ha raccontato l’adolescenza di un rugby oggi diventato grande. I suoi libri, gli annuari di Tuttorugby sulle cui tracce è iniziata anche l’avventura del sottoscritto e di Francesco Volpe. Gli dobbiamo molto e oggi ci manca. Manca a me e soprattutto al rugby. Ciao Maestro.

