La Nuova Zelanda torna sul tetto del mondo del rugby. Alla fine ce la fa. Ma niente marea nera. Nell’ultimo atto del mondiale saltano tutti i pronostici. Vittoria di misura, 8 a 7. Una meta per parte, il calcio di Stephen Donald e gli errori, quelli sì, davvero pesanti di Piri Weepu. Stay calm, Piri’s on, all’Eden Park stavolta non funziona. Una finale bellissima, intensa, drammatica. Tra le più belle che la storia del mondiale è capace di regalare. Vince la squadra che nel corso del torneo è stata più costante. Ma alla Francia va dato il merito di aver comunque messo tanta pressione agli uomini in nero. Match che viene dominato dalla fase difensiva. Francia ordinata, disciplinata solida in conquista. Concede la meta a Tony Woodcock, un fac simile di quella che l’australiano Tony Daly segnò nel 1991 all’Inghilterra. Corsi e ricorsi. Gli All Blacks hanno il demerito di non riuscire a chiudere la partita e ad un tempo quello di far alzare la cresta ai galletti. La Francia gioca. Dusautoir è un monumento nel gioco attorno ai raggruppamenti, Bonnaire una certa nelle fasi di conquista. Quando si fa male Cruden e Henry è costretto a mandare in campo la sua quarta scelta nel ruolo di mediano di apertura, gli All Blacks spengono la luce. Il dominio nel possesso e nel controllo territoriale si rovescia in un baleno. La Francia preme ma non riesce a raccogliere punti. Sui calci si sbaglia dall’una e dall’altra parte e se volete, in una finale certi errori contano. Arriva la meta di Dusautoir che rimette i francesi in linea di galleggiamento, ma la squadra di Lievremont non riesce a concretizzare il dominio della ripresa. Finisce 8 a 7, come le partite di una volta. Il supremo Lochore porta la coppa sul campo, ad alzarla ci pensa Richie McCaw. Come David Kirk, 24 anni dopo.
