Ha badato al sodo Pasquale Presutti. Ai suoi ragazzi ha ricordato l’impresa dell’Aquila nel 1994 quando i neroverdi stesero il Milan nella finale di Padova pur avendo avuto un saldo negativo non i rossoneri negli scontri diretti. La finale dura ottanta minuti, ma è una partita con una storia a sé, come tutte. Il Petrarca ha vinto senza perdere la testa, sapendo sfruttare gli errori e le debolezze di un Rovigo che, a dispetto del primato in classifica, nelle semifinali con i Crociati era apparso dotato di un minor peso tecnico rispetto alla corazzata petrarchina. Vince il Petrarca, ma il Rovigo ci ha messo del suo. La squadra di Polla Roux negli ottanta minuti che decidono una stagione parte bene ma dura al massimo mezzora. Segna con Mahoney, al di sotto delle attese, replica con Bacchetti con una meta capolavoro che appare un segnale chiaro anche per il cittì Mallett. Ma poi si perde in un bicchiere d’acqua. Attacca Padova lì dove il Petrarca appare più solido, con una gabbia che limita, o meglio, annulla l’ariete Van Niekerk. Bustos esce dal guscio solo nella ripresa, Basson al piede non ne azzecca una nenache per sbaglio e complica la vita al Rovigo anche quando Roux lo dirotta in mediana al posto dell’ex Badia Zanirato. E allora diventa facile per il Petrarca tornare a cucirsi lo scudetto sulle maglie. Due mete di Costa Repetto, i calci di Mercier, schiaffi ben assestati davanti agli 8000 del Battaglini. Per il Petrarca sono un’autentica estasi tricolore. Come nel ’77 quando a Udine vinsero lo spareggio per il titolo. Una bella finale, vissuta soprattutto sulle emozioni e meno sul piano tecnico. E’ la dimostrazione che il seme del rugby, nei giorni della Celtic, resta ancora vivo in piazze travolte dal nuovo disegno delle competizioni internazionali. Che Padova e Rovigo giochino una finale scudetto più di trent’anni dopo i loro antichi duelli non può che far piacere. Con buona pace di chi pensa che il rugby italiano sia solo azzurro e Celtic League.
