Sei Nazioni, fermata ai box

E’ stato un  passo indietro Dublino. Ma a differenza di quello che si legge sui giornali e che  l’Italia non è squadra da Sei Nazioni, è bene ribadire un concetto: e cioè che l’Italia di Brunel è per ora un cantiere aperto. La premessa è d’obbligo. Vale a dire che il recente passato dell’Italia non può non condizionare il lavoro del neo commissario tecnico. Si vede il progetto, si capisce dove vuole andare a parare il successore di Nick Mallett. Ma ci si scorda – va detto – da dove arrivano gli azzurri. Non è un caso se si disturba ancora il buon caro vecchio Georges Coste e lo si usa a pietra di paragone nel confronto con Brunel. E non è un caso se Johnstone, Kirwan, Berbizier e Mallett rappresentino qualcosa di nettamente diverso dalle intenzioni di Jacques. Per questo è anche inutile ed ozioso utilizzare il vecchio ritornello della Francia che ci ha messo i suoi anni per vincere una partita nel Championship. Perché non è questo il problema. Magari va detto che la sconfitta netta in Irlanda non ne cambia i termini. E’ un’Italia che cerca la sua nuova identità, che prova a giocare e a proporre un rugby diverso dalle incrostazioni lasciate dal recente passato. Ci siamo indeboliti in mischia, con o senza Castrogiovanni. Le altre squadre hanno capito come affrontarci, cambiano gli angoli di entrata, ci fanno soffrire già nell’ingaggio. Cerchiamo di muovere di più la palla ma spesso lo facciamo senza troppa efficacia. E poi nell’affrontare gli avversari, sembriamo alquanto impreparati. Che l’Irlanda avrebbe giocato quel tipo di partita, lo sapevano tutti. Eppure l’Italia è apparsa sorpresa, sofferente nel confrontarsi con quel sistema. I conti non li faremo contro il Galles e probabilmente ci illuderemo e cambieremo idea contro la Scozia, ma per limiti comuni. Poi da lì si ricomincerà con il tour estivo in Sud e Nord America. Aspettando i test d’autunno che ci diranno dove l’Italia di Brunel potrà arrivare.