Corsa in salita

La sconfitta a sorpresa dell’Australia per mano dell’Irlanda complica le cose. Volenti o nolenti il cammino verso il sogno dei quarti di finale diventa una corsa a ostacoli perché a questo punto gli azzurri di Mallett sono costretti a fare bottino pieno per gli azzurri a partire già dalla sfida con la Russia del Trafalgar Park di Nelson. Corsa in salita, dunque perché, a patto di riuscire a fare bottino pieno nelle due sfide contro Russia e Stati Uniti, bisognerà anche vincere almeno di 7 punti con la squadra di Declan Kidney nella sfida di Dunedin del prossimo 2 ottobre ed evitare di subire 4 mete per mettere la freccia e conquistare al fotofinish l’accesso ai quarti di finale. Missione impossibile o quasi che inizia proprio contro l’orso russo nella più italiana delle città neozelandesi. Dunque Nelson come punto di partenza per la riscossa azzurra dopo il 32 a 6 all’esordio contro i wallabies. Mallett cambia la squadra, meglio fa una rivoluzione con i 12 innesti nell’intelaiatura. Magari avrebbe scelto diversamente visto come sono andate le cose sabato all’Eden Park. Ma tant’è. Indietro non si torna. E allora ecco le staffette, con il ticket Bocchino-Gori all’apertura, Benvenuti dirottato nella cerniera dei centri, Geldenhuys e Bortolami in seconda linea, Mauro Bergamasco in terza  con Perugini che ritorna in azzurro dopo aver saltato le ultime tre partite. A cambiare è anche  lo scenario: diventa necessario travolgere la Russia per restare in pista. Della Russia si sa poco. L’abbiamo battuta in estate nella Churchill Cup e la sfida con gli americani ha fatto capire come l’impresa non sia poi così complicata. Squadra naive, rozza sul piano difensivo con poca qualità, se si eccettuano un paio di individualità all’ala e nel numero 15. Il rebus diventa allora tutto italiano perché – è bene ricordarlo – attaccare non è mai stato il punto forte degli azzurri. Ora sono spalle al muro: devono farlo pena il rischio di veder sfumare prima del tempo il sogno dei quarti già andato in fumo quattro anni fa a Saint Etienne. Il mondiale neozelandese ha detto che se la Russia ha giocato alla pari con gli Stati Uniti, le Eagles di Eddie O’Sullivan si sono permesse con l’Irlanda il lusso di una difesa ermetica che a O’Driscoll ha negato anche il piacere della meta. Non sarà una passeggiata, dunque. Come non lo è mai stato, del resto, nella storia dei nostri confronti diretti con le squadre dell’est. I nomi di Mironov, Voropaev e Dzagnidze sono altrettanti incubi del nostro passato. Altro rugby, lontano anni luce rispetto al livello di questo mondiale che brilla soprattutto per qualità. L’Argentina che fa paura all’Inghilterra, il Galles che arriva ad un’incollatura dal Sudafrica campione uscente, il Giappone che fa paura alla Francia e le Samoa che ieri sono state fermate a un passo dal sogno dal Galles di Shane Williams. Brillano le europee e le piccole squadre, aspettando gli All Blacks sempre più lanciati verso la finale. La delusione per ora si chiama Australia. Nessuno si apettava la sconfitta con gli Irish. Più alta la qualità del rugby rispetto all’edizione francese di quattro anni fa, gioco veloce per dare spettacolo alla gente degli antipodi. Stadi pieni, tanto entusiasmo. Può darsi – ha detto il premier John Key – che se le entrate lo consentiranno si potrebbero abbassare anche le tasse. Haka e sorrisi, aspettando quello degli azzurri nella sfida impossibile sulla strada verso i quarti di finale.