
C’è una storia che riguarda l’Uruguay ed è quella degli Old Christians di Montevideo, la squadra di rugby che precipitò sulle Ande mentre nel 72 andava a giocare una partita in Cile. Si salvarono in 16, morirono in 29. E’ la Superga del rugby diventata una storia per il grande schermo, anni fa con il film Alive ed oggi ripresa da Juan Antonio Bayona nel film La sociedad de la nieve presentato all’ultima mostra di Venezia. E’ tratto dal libro di Pablo Vierci, che ha frequentato il collegio Stella Maris di Montevideo, proprio insieme ai sopravvissuti al disastro aereo delle Ande. C’è anche un’altra storia di una fuga e riguarda un italiano, Sebastian Negri che proprio contro l’Uruguay festeggerà la sua 50 presenza in azzurro con il papà sugli spalti di Nizza a tifare per lui. Seb è scappato dallo Zimbabwe quando era ancora un bambino. Aveva sette anni e i veterani della guerra nell’ex Rhodesia stavano arrivando per requisire la fattoria di famiglia. Quella notte non la dimentica: “Mi ricordo che pensai: “Oh, papà ci sta solo portando in città e torneremo al massimo entro qualche giorno”. Non ci ho pensato troppo, ma sapevo che quello che stava accadendo non era una buona cosa. Lo vedevo dagli occhi di papà, sentivo la sua emozione e soprattutto la preoccupazione. Papà si raccomandava di fare silenzio: “State zitti”. Le luci dell’auto erano spente e guidava praticamente al buio nei dintorni della fattoria. Dal lunotto vidi casa: quella è stata la mia ultima volta”.
Ma la storia non finisce lì perchè la mamma di Seb è tornata qualche giorno dopo ed è stata presa e tenuta in ostaggio dai veterani di guerra che intanto avevano occupato la casa. “Sì, era andata con un amica e per farla tornare da noi abbiamo dovuto coinvolgere l’ambasciata. Non è stato un bel momento, ci siamo molto spaventati.
Come Sebastian anche il papà non si mai voltato indietro. Non è mai tornato nella fattoria: “Dal giorno in cui siamo partiti, mio padre ha tirato dritto per la sua strada. Abbiamo ancora tutti i documenti e tutto il necessario. Quella fattoria ci appartiene di diritto. Chissà, un giorno magari potremmo riaverla. C’erano un migliaio di lavoratori nella farm, c’era anche una scuola, persino un’università. Non avevamo bisogno di nulla. Si coltivava tabacco, mais, frutteti. E si allevavano cavalli e bestiame. In una notte ci è stato tolto tutto. E mio papà ci è stato molto male. Ha passato anni tra incubi e brutti sogni legati al tempo passato nell’esercito per la guerra in Rhodesia. Una guerra terribile che ha segnato un paese. In fondo la scelta di vestire la maglia azzurra inizia da quella notte: Dallo Zimbabwe la famiglia Negri è sbarcata prima in Sudafrica dove Sebastian ha giocato nelle giovanili del Western Province e poi in Inghilterra dove ha è stato scoperto come terza linea di grande qualità mentre giocava con il West Hartpury College. Eppure l’Italia è sempre rimasta nel cuore dei Negri’s. “Il lato italiano della mia famiglia è stato lì per noi quando ci siamo trovati in difficoltà. In 12 ore ci siamo trovati senza niente. E loro, i miei cugini per parte di papà erano lì per noi. Per questo ogni volta che indosso una maglia dell’Italia, con quello scudetto tricolore, ogni volta che canto l’inno, rappresento non solo la mia famiglia stretta, ma tutta la famiglia italiana che è stata lì per noi quando ne avevamo bisogno. Ne sono estremamente orgoglioso.”
Ora un cerchio si chiude con la famiglia Negri che si ritrova a Nizza in nome del rugby nel giorno della sua cinquantesima presenza in maglia azzurra. “Se solo ci penso mi commuovo. Sarà un momento speciale. Per me mio padre è un riferimento, un modello. Era a San Josè, in California in occasione del mio debutto nel 2016. Ora è ancora qui per questo traguardo non scontato. Un’emozione da tenere stretta al cuore e da raccontare ai figli”. A proposito, l’anno prossimo è in programma il matrimonio, da organizzare in famiglia, per lasciare per un attimo il passato e pensare al futuro.
