Sta stretta questa sconfitta a Dublino. L’Italia di Quesada ce l’avrebbe potuta fare. Finisce 20 a 13 per i padroni di casa, 3 mete a una, quella di Nicotera al termine di ottanta minuti coraggiosi. Alla fine paghiamo i dettagli: una moviola che punisce un passaggio fuorimisura di Menoncello, lo stesso centro azzurro che litiga con un pallone d’oro davanti alla meta della storia. L’Irlanda non brilla ma è concreta. Non è una onorevole sconfitta, quelle fanno parte del passato. Questa fa maledettamente girare le scatole perché gli azzurri sono davvero andati vicino ad una vittoria storica. E non sarebbe stato un miracolo. Non è un miracolo neanche la mischia azzurra. Oggi il pacchetto azzurro vale le prime nazionali del mondo, e contro Scozia e Irlanda si è visto di gran lunga. Poi la difesa, impermeabile e perfetta anche sul piano della disciplina. Chiudiamo ogni spiraglio, non si passa a meno di non pagare dazio. Quesada, va detto sta facendo un lavoro pazzesco. Ha riportato a casa quello che in una ventina d’anni c’eravamo persi un po’ per strada con la complicità diffusa di chi il risultato lo guardava solo da lontano. Oggi non è così ed è forse la prima volta che una sconfitta sta così stretta. Ci sono i dettagli che pesano, ma che lasciano il tempo che trovano perché quello che si è visto tra l’Olimpico di Roma e l’Aviva Stadium di Dublino è qualcosa che mette l’azzurro in una prospettiva diversa: l’Italia al pari delle grandi. Oggi con loro ce la giochiamo e già questo è un traguardo impensabile fino a sei mesi fa. Per questo gli applausi lungo Lansdowne Road sono meritati e ci riempiono d’orgoglio, al di là dell’occasione mancata. Forse vale più questa sconfitta che tanta altre vittorie del passato. Questa sconfitta parla di consapevolezza, di orgoglio di una famiglia che ha appena iniziato un pezzo di strada. Forse è la volta buona.

