Ce ne sono state tante di vittorie azzurre. Quella di Dublino nel 1997, o Grenoble nello stesso anno, oppure ancora quella del 2000 al Flaminio contro la Scozia. E per ai tempi più recenti basterebbe ricordare il Sudafrica a Firenze, l’Australia a Padova o quella di Udine ancora con i wallabies. Ma quella dell’Olimpico contro la Scozia ha un altro sapore. E’ una vittoria consapevole, di una squadra capace di imporsi sul momento, di vincere con il cuore e con la testa, di analizzare lucidamente la situazione e fare di conseguenza. E’ stata una grande Italia. E non per quel finale in cui non sono bastate 28 fasi agli scozzesi per mettere il naso avanti. L’abbraccio mortale di Niccolò Cannone che fa arenare le ultime speranze degli highlanders dice tutto ma non basta a spiegare la superiorità di testa e carattere mostrata dagli azzurri. Le mete di Louis Lynagh e Menoncello non sono un caso. Sono costruite dal primo all’ultimo frame: il grabber di Brex per la bionda ala italo-australiana è un dejavu delle soluzioni d’attacco di Quesada. La fuga lungo l’out di Tommy l’ariete nasce da un “kick and chase” costruito da Lynagh, ricucito da Alessandro Fusco e rilanciato da capitan Lamaro. Recupero e riutilizzazione diceva nel 1997 uno come Georges Coste. Come dire il rugby non è cambiato ma l’Italia sì. Il modello di Quesada oggi è il modello Italia. E’ un rugby di difesa, di proposta e di testa. Va dato ampio merito al coach argentino per la crescita della squadra. Il lavoro si vede e i risultati anche. Tra una settimana ce la vedremo a Dublino con l’Irlanda già umiliata a Parigi da una Francia che sembra fuori portata. Poi c’è l’Inghilterra che ci troveremo in casa tra un mesetto. Se il buongiorno si vede dal mattino…

