McKinley, una bella storia di rugby

Il sogno si è avverato con la chiamata in azzurro. Las storia è quella di Ian McKinley, apertura irlandese del Benetton Treviso. Non ci vede da un occhio, colpa di un tacchetto di un compagno di squadra che gli si è conficcato sull’occhio sinistro. I chirurghi non sono riusciti a salvare l’occhio della promettente apertura del Leinster. La prima operazione sembra vada bene. Ian torna a giocare sei mesi dopo l’infortunio. Ma è solo una illusione quando arriva la doccia fredda di una luce che inesorabilmente si spegne.

Da quel giorno inizia la sua seconda vita. Prima fa l’allenatore a Udine, poi ritrova la via del rugby giocato. Ci riesce grazie a un paio d’occhiali di una azienda di Bologna. Gioca due anni a Viadana, poi ritrova il palcoscenico internazionale prima nel Pro14 con il Treviso e oggi con la Nazionale. E’ una bella favola quella di Ian capace di rimettersi in gioco senza piangersi troppo addosso. “Ho cambiato anche il mio modo di giocare. Senza l’occhio sinistro ci sono dei momenti in cui non vedo neanche il pallone, soprattutto quando calcio”. Tutto sta ad adattarsi tra le pieghe di quello che la scienza applicata allo sport chiama “visione periferica”. Non è il primo ad averci scommesso sopra una sterlina. Già nel 2003 Clive Woodward pretese che i futuri campioni del mondo si applicassero in una serie di esercizi fatti apposta per alzare l’attenzione sulle minime variazioni del campo visivo. Qualcosa del genere fece anche la Nazionale azzurra ai tempi di Jacques Brunel e i dati che oggi escono dai taccuini dello staff azzurro dicono che uno come Ian McKinley raggiunge risultati che doppiano in numeri degli altri giocatori azzurri. “Quando facevo l’allenatore a Udine sentivo che mi mancava qualcosa – dice Ian – Avevo 21 anni e avrei fatto di tutto per tornare in campo. L’esperienza a contatto con i ragazzi era bellissima ma per me, che volevo giocare, non era cosa facile. Ero un filo depresso. Poi sono arrivati gli occhiali e la prima partita. – ricorda – L’ho giocata con il Leonorso, un club vicino a Udine ed è stato tre anni dopo il mio primo ritiro. D’accordo, magari non sarà il campionato più competitivo del mondo ma a me è servito per rimettermi in forma e capire che potevo ancora dare qualcosa per nutrire il mio sogno”.

E’ tornato anche a giocare in Irlanda, quando come permit player venne ingaggiato dalle Zebre per giocare contro il suo Leinster. Ed ora si trova a fare il punto fermo nella mediana del Benetton Treviso, un trampolino di lancio per proiettarlo nella squadra azzurra di un altro irish come Conor O’Shea. La chiamata in Nazionale è solo un altro pezzo della sfida di Ian. “Vivo alla giornata, per me è un’altra scommessa – spiega ricordando i giorni a colori del Dublin College, dell’Accademia del Leinster e della nazionale under 20 del trifoglio. Oggi è l’azzurro in cima ai suoi pensieri. “Al mondo siamo in 500 ad indossare i “rugby googles” – così si chiama la mascherina che indossa ogni volta che entra in campo – Il rugby mi ha dato tanto. E’ uno sport fisico in cui il contatto fa parte del gioco. Sarebbe assurdo stare fuori da questa splendida mischia”.