Autore: Paolo Pacitti

  • Australia, sconfitta salutare

    Meglio non poteva andare. L’Australia è un passo avanti a noi. Lo sapevamo e anche per questo non possiamo rammaricarci più di tanto per la sconfitta del North Harbour Stadium. Restano da dire un paio di cosette, tuttavia, prima di affrontare la Russia nel secondo test match del mondiale a Nelson. Sul piano dell’atteggiamento sul campo e della comprensione del gioco, l’Italia un passo in avanti lo ha fatto rispetto alle sfide dell’agosto scorso contro Giappone e Scozia. Il primo tempo contro i wallabies sta a dimostrarlo. Una squadra che difende, prova a costruire qualcosa sui palloni di recupero e a pizzicare le difese avversarie. Sul piano tattico invece è un’Italia che deve ancora fare tanta strada. Orquera e Riccardo Bocchino non sono ancora quallo che avremmo desiderato nel ruolo di mediano di apertura. Hanno i numeri, si faranno – forse – ma oggi non sono ancora pronti a prendere per mano la squadra e a farle fare ciò che è scritto sul piano di gioco. Esiste un limite, che è il solito, quello della coperta corta, o difendi oppure attacchi. E’ il nostro confine da un po’ di anni a questa parte, più in là non andiamo. Bene invece Barbieri, sontuoso nella prima parte di gara contro l’Australia. Già i wallabies. Si confermano con la Nuova Zelanda, la squadra più in forma del momento. Hanno qualità, gioco, inventiva e soprattutto condizione fisica. Contro Tonga, gli All Blacks sono stati all’altezza ma non sono andati più il là del compitino. Bene il Galles, che ha sfiorato l’impresa contro i campioni in carica del Sudafrica, bene l’Argentina sia pur sconfitta di misura dall’Inghilterra. In compenso un bel mondiale, più interessante di quello francese di quattro anni fa. Bentornato “running rugby”.

  • Bravo JK, Inghilterra da brivido

    Sei mete sono tante. ma il coraggio messo dal Giappone nel match d’apertura contro la Francia mette questo mondiale, rispetto a quattro anni fa, una lunghezza avanti. Alla vigilia in pochi si aspettavano una sfida così aperta. Il risultato finale inganna, le mete sul finale di gara non rendono giustizia ai valori sul campo. Quello che si è visto è stata una squadra giapponese capace di lottare su ogni palloni, al limite anche di dare sostanza al loro piano di gioco. Kirwan ha lavorato bene nella lettura della sfida. Sapeva che la prima partita per i francesi non è mai cosa facile. Basta leggere la sfida a sorpresa con i Pumas di quattro anni fa. E ha lavorato non solo sull’utilizzazione ma anche sulla struttura della manovra. Ne è uscita una sfida divertente che tuttavia non ha lasciato il sorriso sulle labbra alla squadra di Lievremont. E non deve aver sorriso nenache l’Inghilterra che con l’Argentina l’ha spuntata ma di stretta misura. Si sente l’assenza di Lewis Moody in terza linea, si sente ancora di più quella di Toby Flood. Ha giocato Wilkinson, ma ha giocato male. L’eroe di Sydney 2003 è uno sbiadito ricordo. Non attacca più la linea, è imbarazzante – date le premesse – dalla piazzola. Se la cava ancora con qualche placcaggio, ma la sua prova costringe l’Inghilterra a fare gli straordinari. Flood serve di più al piano di gioco di Martin Johnstone di quanto possa servire Jonny. Ci ha pensato Ben Youngs a rimettere in pista la squadra finalista in Francia ma la resurrezione dell’Argentina non può non essere sottolineata. L’avevamo vista male tutti contro il Galles, in agosto. Bene la farfalla è uscita dalla crisalide anche se per strada ha dovuto perdere un pezzo pregiato come Felipe Contepomi. Sontuoso come al solito Mario Ledesma, da rivedere l’estremo Martin Rodriguez. Quello che piace è la loro voglia di rilanciare costantemente il gioco divertendo e divertendosi. Per la Scozia che con i Pumas si giocherà un posto per i quarti il messaggio non è una buona notizia.

  • Rwc2011, giornata 1 e 2

    Mondiale cominciato con la Nuova Zelanda che non ingrana come vorrebbe. Vince facile con Tonga, 41 a 10 ma non lascoa l’impressione di una squadra in grado di ammazzare il mondiale. Cowan non vale Piri Weepu in mediana, Carter lo conosciamo ma è una Nuova Zelanda che chiude i conti troppo presto. Non c’è una contesa, è una squadra che lascia qualcosa sul campo, regala qualche occasione di troppo all’avversario. E poi ci sono i 14 calci contro che a Wayne Smith fanno storcere il naso. C’è ancora tanto da lavorare prima del 23 ottobre, data della finale. E’ un work in progress ma che comunque ha delle buone basi di partenza. Prima tra tutte Israel Dugg, l’estremo. Due mete per lui, poi la freschezza di Kahui e l’onnipresenza di Jerome Kaino, in terza linea. In campo anche la Scozia che liquida la Romania 34 a 24 con un paio di mete di Simon Danielli. Vittoria facile anche per le Isole Fiji sulla Namibia 49 a 25 in un match che ha visto Vereniki Goneva rifilare tre mete ai sudafricani. Attesa per Giappone-Francia, al North Harbour Stadium prima della sfida delle sfide di giornata tra Inghilterra e Argentina.

  • Buon mondiale, comunque vada

    Partiti. Destinazione Nuova Zelanda, con qualche amarezza in corpo ma fa niente. In nome del rugby, la passione che ci unisce. Puntuali partenza da Fiumicino ore 15 e 20. Arrivo a Dubai, le ventitre locali. Dieci ore di attesa prima di spiccare il volo lungo una vita con destinazione Auckland. Diciamo che è la mia prima vacanza da una decina d’anni. Una vacanza che mi insegnerà molto sui rapporti umani, sul modo di capire quello che passa nella testa della gente. Ma va bene così. Arriva la formazione degli All Blacks che affronterà le Isole Tonga. Cowan e Carter in mediana, Thorn intoccabile mi sarebbe piaciuto vedere Guildford. L’Italia la vedremo domenica al North Harbour Stadium, che già vide le gesta di Brad Johnstone e di un numero dieci talentuoso come Frano Botica. Non sarà facile, anzi diciamo pure che sarà una sfida impossibile. Si gioca contro la squadra più in forma del momento. Quade Cooper, Genia fanno paura tanto è cristallino il loro talento. Ma anche noi possiamo dire la nostra, con il nostro pacchetto di mischia, l’arma impropria del rugby moderno. Il tallone d’Achille è la mediana. Ma il mondiale non si gioca per fortuna su una sola partita. C’è la Russia in agenda, gli Stati Uniti di Eddie O’Sullivan prima dell’Irlanda a Dunedin. Avremo tempo per capire dove e come arriveremo.

  • La solita storia

    Siamo italiani anche nel rugby. Indisciplinati, capaci di buttare al vento una sfida che la Scozia porta a casa capitalizzando gli errori italiani. A Murrayfield, nell’ultima sfida prima dell’avventura del mondiale, finisce 23 a 12. Due mete per parte e ottanta minuti in cui sono soprattutto le idee azzurre a non essere chiare. Ne esce una partita che segna mezzo passo in avanti rispetto alla vittoria di Cesena contro il Giappone e offre indicazioni utili sul lavoro da fare nelle prossime due settimane. L’Italia parte male, soffre l’iniziativa scozzese, è fallosa, regala possessi. Fa quello che è meglio evitare quando si affrontano squadre quadrate. La meta di Al Dickinson in apertura vale così la sberla che Mallett avrebbe volentieri dato ai ragazzi vista la loro poca attenzione sui fondamentali. Il pilone del Sale fa tutto da solo, sfrutta un riciclo del gioco ed in un attimo è oltre la linea di gesso. Una doccia scozzese, appunto. Per fortuna è il talento di Tommaso Benvenuti a rimetterci in carreggiata. Recupera un pallone a metà campo e innesca le leve. Due avversari al tappeto e un’autostrada che si apre verso il paradiso. Bel talento, il trevigiano cresciuto a rugby e radicchio per una nazionale che per certi ruoli non ha più la coperta troppo corta. A Edimburgo il gruppo c’è ma mancano ancora i meccanismi. Sono allora le iniziative personali a fare la differenza. Se Mirco Bergamasco dalla piazzola strozza in gola l’urlo del sorpasso, ci pensa Fabio Semenzato a sorprendere la difesa scozzese ad inizio di ripresa. La mangusta azzurra fa tutto da solo, recuperando l’ovale sugli sviluppi del solito avanzamento della mischia e raccogliendone i frutti. Roba da mediani di mischia che nel bene e nel male segnano questa sfida agostana sotto il cielo di Scozia. E’ infatti Mike Blair, poco più tardi a rispondere al n.9 azzurro. Gli basta andare a contrastare un calcio sotto pressione di Masi per pareggiare i conti delle mete. Poi a mettere in cassaforte il risultato, l’indisciplina azzurra e la balistica di Dan Parks con l’Italia che diverte solo nella parte finale del match. L’accademia stavolta non paga.  Da Edimburgo si esce con una sconfitta ma con l’impressione di avere comunque qualcosa da dire. Le certezze sono la mischia, le fasi ordinate, qualche soluzione difensiva. C’è invece molto da lavorare sulla gestione della manovra con il pallone tra le mani. Resta il problema del numero 10 e delle soluzioni d’attacco. Basteranno due settimane per avere le idee più chiare aspettando l’Australia?