I grandi piloni non muoiono mai – si dice – Al massimo passano la palla. Il Covid alla fine ha placcato, dopo la mamma morta due giorni fa sempre di Covid, anche Massimo Cuttitta. Se ne va dopo Carlo Di Giambattista, strappato nei primi mesi della pandemia, un altro pezzo di quella squadra che ha rappresentato la premessa dello scudetto vinto dai neroverdi nel 1994 proprio contro il Milan che schierava tra le sue fila proprio Mouse come veniva chiamato dagli amici. Aveva iniziato all’Aquila prima con il Cus, poi in Serie A accanto ai fratelli Marcello e Michele quando gli allenatori facevano notare che c’era un piloncino che prometteva bene sulla sponda universitaria del rugby aquilano. E dall’Aquila non si è mai staccato. E’ tornato anche ad allenare la mischia neroverde data la sua esperienza in quel fondamentale. 70 volte azzurro di rugby e anche capitano di una Nazionale che è riuscita a sfondare il muro del rugby che conta. In prima linea il tridente formato da Properzi-Orlandi e Cuttitta viene declinato dagli appassionati dell’ovale come i primi nomi della Nazionale campione del mondo ’82. Per 25 volti legati a spingere in una tra le mischie più forti del rugby italiano. 283 presenze in A, gli scudetti con il Milan dopo aver debuttato con la maglia dell’Aquila. In azzurro la meta segnata contro l’Irlanda per la prima vittoria azzurra al Lansdowne Road e poi il debutto vittorioso nel Sei Nazioni contro la Scozia. E’ un monumento quello che il rugby italiano piange. Una rivelazione anche come allenatore della mischia. Soprattutto con la Scozia che grazie a lui ha cambiato il suo modo di interpretare il gioco del pacchetto di mischia. Era stato ricoverato con la mamma che se ne era andata appena due giorni fa. L’ha seguita nel suo solito generoso modo di dare sostegno. Mi mancherai Maus!
