Nel rugby si inventa poco. Forse nulla. Ho sempre considerato questo gioco il risultato di un’equazione tra palloni conquistati e palloni giocati. Georges Coste e Massimo Mascioletti erano anche riusciti a codificare questo corollario applicato alla palla ovale. Quello che non si riesce a codificare tuttavia è l’atteggiamento mentale che i protagonisti di quello che è uno degli sport più belli del mondo mettono quando scendono in campo. E’ qualcosa che va oltre la sfida, è mettere da parte la paura di farsi male, è la necessità di andare oltre il placcaggio. Una specie di testimone tra quello che è stata la storia di chi prima di noi ha portato avanti il pallone e chi invece oggi lo deve portare ancora più il là per segnare un mark nella storia. In fondo è così anche la vita con il senso del dovere messo lì ad ispirare le nostre imprese. Il rugby italiano vive un momento davvero cruciale. Se batte la Scozia – attenzione non è così scontato – si fa un passo per molti versi decisivi. Si entra tra le prime nove nazioni del mondo. E non si tratta di un risultato isolato. Anche in nostri Under 20 sono venuti tra gli highlanders a conquistarne lo scalpo. Significa che dietro c’è qualcosa, significa che davanti si ha un futuro. Qualcosa per cui vale la pena credere.
