L’Italia del calcio é fuori dal mondiale. Le parole del presidente della Federcalcio Gabriele Gravina hanno fatto rumore: Si tratta del vecchio sport della differenza tra pro e dilettanti. La bufera social che si è scatenata sui social tra chi definisce la truppa di Gattuso “dilettanti allo sbaraglio” e chi, magari medagliato all’Olimpiade, fa sapere al mondo che “stamattina é andato a correre per diletto” mette sul tavolo il vecchio problema: e cioè chi si può mettere sul petto la medaglia del professionista nello sport? La domanda non è oziosa perchè oggi la distinzione è pleonastica e lo stesso rugby ne è forse uno dei principali testimonial. Il professionismo, quello vero, nasce all’alba della Coppa del Mondo 1995 quando l’International Board, fino a qualche anno prima, legato al dogma dell’amateurismo, decise di compiere il grande passo. La formula era Rugby Open. Via libera ai contratti, ai trasferimenti, si cominciò a parlare di indennità di formazione per far girare qualche sterlina, lira o franco ai club che avevano investito per costruire i campioni. Prima al massimo si parlava di rimborso spese. In una parola il business è entrato così dalla porta principale. Agenti, procuratori, broker, tutti dentro – forse anche in forma scomposta – per far girare gli affari. Nella sostanza è ancora così ed è per questo che le parole di Gravina stonano assai. Quello che oggi non è ancora uguale sono solo gli stipendi che oggi segnano un gap ancora evidente tra le varie discipline che non siano il pallone. Il rugby non fa eccezione. E’ cresciuto il fatturato federale e con esso anche le spese. E anche qui il gap tra gli stipendi per cui non tutti sono uguali è qualcosa che si fa sentire. Scelte comprese. L’Italia si è vista scippare dal Bayonne un allenatore come Andrea Moretti. Gli era stato chiesto un ritocco al ribasso dell’emolumento (90.000 euro). Il Moro era anche d’accordo ma la Fir – a quanto sembra ha atteso troppo e non ha stretto subito a sé l’uomo il cui contributo alla crescita della mischia è sembrato evidente nelle ultime uscite azzurre. A questo punto la strada per il ritorno in azzurro di Sergio Parisse sembra più che tracciata. Costo: tra i 150 e i 200.000 euro con l’incarico di mettere mano non solo alle rimesse laterali ma anche ai delicati equilibri della prima linea. Anche qui il gap si nota. Non è paragonabile agli zeri sui contratti dei calciatori della serie A ma c’è. E parliamo comunque di professionisti.

