La rivoluzione del frigorifero

Il “royal refrigerator” ha affondato il colpo. Mike Tindall – chiamato così quando giocava centro nell’Inghilterra. Royal perchè marito di Zara Phillips, figlia di Anna Windsor ma senza titoli reali e refrigerator per la taglia XXL che sfoggiava in campo. E’ lui il capo di un progetto che ha scatenato un vero e proprio terremoto. Nel business plan il lancio è previsto nel settembre 2026, un anno prima della Coppa del Mondo. Otto franchigie maschile e quattro femminili. I proprietari del Liverpool (Fenway Sport Group), i Glazer che detengono la maggioranza delle azioni del Manchester United e dei Tampa Bay Bucaneers e Redbull sono pronti a mettere mano al portafoglio per cacciare 15 milioni di sterline per ogni squadra del format R360. Poi sono pronti altri investitori da Regno Unito, Stati Uniti e Arabia Saudita. Il modello sarebbe quello della Formula Uno con Londra, Tokyo, Città del Capo, Boston e Miami come sedi di gara.

Immediata la reazione delle Union che appena ne hanno avuto la possibilità hanno subito fatto uscire un comunicato che illumina di rosso il semaforo:

La seguente dichiarazione è stata concordata dalle federazioni rugbistiche nazionali di Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica, Irlanda, Inghilterra, Scozia, Francia e Italia.
“In quanto gruppo di federazioni rugbistiche nazionali, invitiamo alla massima cautela i giocatori e i membri degli staff tecnici che stanno valutando la possibilità di unirsi alla competizione proposta da R360.

Accogliamo con favore nuovi investimenti e innovazioni nel rugby, e sosteniamo le idee che possono aiutare il gioco a evolversi e a raggiungere nuovi pubblici; tuttavia, qualsiasi nuova competizione deve rafforzare lo sport nel suo insieme, non frammentarlo o indebolirlo.
Tra i nostri compiti come federazioni nazionali c’è quello di adottare una visione d’insieme nei confronti delle nuove proposte e valutarne l’impatto su diversi aspetti, incluso se esse contribuiscano all’ecosistema globale del rugby — di cui tutti siamo responsabili — oppure se rappresentino un elemento negativo per il gioco.

 R360 non ci ha fornito alcuna indicazione su come intenda gestire la tutela della salute dei giocatori, su come gli atleti potrebbero continuare a perseguire il sogno di rappresentare il proprio Paese, né su come la competizione possa coesistere con i calendari internazionali e nazionali, frutto di anni di negoziati sia per il rugby maschile che per quello femminile.

Il modello R360, per come è stato presentato pubblicamente, sembra piuttosto concepito per generare profitti destinati a un’élite molto ristretta, rischiando di svuotare gli investimenti che le federazioni nazionali e i campionati esistenti dedicano al rugby di base, alla formazione dei giocatori e ai percorsi di crescita.

Il rugby internazionale e le nostre principali competizioni restano il motore economico e culturale che sostiene ogni livello del gioco — dalla partecipazione di base alle prestazioni d’élite. Indebolire questo ecosistema potrebbe arrecare un danno enorme alla salute del nostro sport.
Tutte queste questioni avrebbero dovuto essere discusse in modo collaborativo, ma i promotori della competizione proposta non hanno coinvolto né incontrato tutte le federazioni per spiegare e far comprendere meglio il proprio modello di business e di gestione.
Ciascuna delle federazioni nazionali, pertanto, informerà i giocatori e le giocatrici che la partecipazione a R360 li renderebbe inelegibili per la selezione nelle rispettive squadre nazionali.”

Diciamo che potevano fare di più per dire di no. Il fatto che Galles e Argentina si sono sfilati dalla trincea è significativo del grado di unità che c’è tra le federazioni.

Purtroppo si vive alla giornata come dimostrano i frequanti cambi di programma con le union che all’improvviso rivoluzionano programmi e calendari. Le Samoa che cancellano il tour in Europa per il concomitante repechage mondiale è solo un esempio di come l’agenda del rugby sia un work in progress. E se è sacrosanto il riferimento alla tutela della salute, tutto il resto è un già visto nella storia del rugby sin da quando nel rugby esisteva l’International Board ed erano in otto a farne parte. E’ il solito difficile dialogo tra i mondi, inquinato dai soldi per una torta che è diventata troppo piccola per tutta la tavola. L’inelegibilità per le squadre nazionali è in re ipsa e spesso contenuta in certi contratti che per pochi spiccioli e qualche capoverso legano un giocatore ad un club impedendogli nei fatti di rispondere alle chiamate delle Nazionali.

In passato un tycoon come Rupert Murdoch ha avuto più stile quando ha varato il Tri-Series. Il magnate ha messo soldi, tv, assecondato la crescita mettendo le Union al centro del villaggio, cosa che manca nel progetto oggi tirato fuori dal frigorifero.