Dentro la cabina elettorale

Il gioco democratico dice: vince chi prende più voti. E il nuovo presidente della Fir più voti li ha presi e con quei voti è legittimata in pieno la vittoria nell’ultima assemblea. Andrea Duodo verrà giudicato nel prossimo quadriennio: quindi è perfettamente inutile ora mettersi a ipotecare il futuro immaginando i primi 100 giorni di Duodo.
Si può dare però uno sguardo al passato ed in particolare agli ultimi mesi di una campagna elettorale tra le più odiose, vissute a suon di social, con pochi endorsement e molti spunti per andare davanti al giudice a suon di querele. Ci sono poco più di 15 punti percentuali tra Duodo e Innocenti, e l’ago della bilancia è passato da una parte all’altra nel giro di un paio di notti. A decidere sono state le piccole società, quelle che hanno i voti veri, quelli che nell’orbita delle franchigie hanno deciso di restare nella panchina della società madre che ha dettato l’ordine di scuderia. E’ di facile lettura il risultato e si può anche dire che forse per la prima volta il Veneto ha votato compatto, cosa che non è mai accaduta in passato, rinnegando tra l’altro un livornese che però è stato anche il capitano del Petrarca. L’ultima volta di un veneto a tentare con qualche credito la scalata al vertice Fir era nel 1993. Era il padre di Andrea, Filippo a candidarsi contro Maurizio Mondelli. Si pensava che un patto tra le venete ci fosse, sancito da una pasta e fagioli a Selvazzano. Un primo piatto sciapo, nell’occasione, visto che Duodo finì alle spalle di Mondelli trovando spazio – persa la corsa a presidente – come consigliere. Mondelli gli fece fare il vicepresidente insieme a Giancarlo Dondi che qualche ora prima dell’apertura delle urne si era augurato una vittoria del figlio del collega. Il risultato è stato un rapido voltare di spalle a Marzio Innocenti che comunque la si metta poteva mettere sul piatto la migliore stagione del rugby azzurro. Evidentemente non basta tornare a vincere nel Sei Nazioni, pareggiare in casa della Francia, avere una under 20 che comincia a macinare risultati o una nazionale femminile che centra il traguardo dei quarti di finale di un mondiale. E allora bisogna intendersi: cosa occorre fare per farsi votare? L’impressione è che si stia assistendo ad una inversione dei ruoli con le franchigie del rugby di vertice che oggi vogliono dettare legge anche dentro la Fir ovvero nel cuore del motore finanziario del mondo ovale. Treviso oggi ha un budget da 14 milioni di euro, quasi triplicando le entrate che ai bianconeri arrivano dalla curva Nord dell’Olimpico. Le Zebre sopravvivono (fino a quando?) e probabilmente senza i denari federali sarebbero sulla soglia del rosso in bilancio. E situazioni simili sono abbastanza frequenti nei club italiani costretti a cercare anche nelle franchigie un supporto che alla fine dei conti ha anche un costo da pagare in cabina elettorale. Penso che a Bologna sia stata questa la cambiale da scontare. Una sorta di fideiussione che il presidente uscente non ha potuto contrastare pensando più al rugby e meno alla politica. Il fatto stesso che Duodo parli di stati generali del rugby italiano è una spia che non può essere sottovalutata. Se ne parla almeno da 10 anni senza aver mai fatto un passo in questa direzione. E’ nei fatti una camera di compensazione per far parlare le società con la Fir senza ricorrere all’assemblea che se viene convocata è o per andare alle urne o per cambiare uno statuto tra i più presidenziali mai scritti. Oggi gli stati generali sono piccoli circoli tra grossi club e piccole società con la Fir tagliata fuori. Oggi a tavola non si serve una pasta e fagioli ma si promettono soldi, tribune, giocatori, supporti tecnici in cambio di voti. In assemblea si paga il conto. E’ questa la vera crisi del rugby italiano. E a guadagnarci sono soprattutto le terze parti. Non i giocatori, spesso attratti dalle sirene degli altri campionati, ma magari i procuratori, gli agenti e le società di intermediazione. Non è vero che in assemblea le idee non sono circolate. Massimo Giovanelli con il suo programma ha fatto la differenza. Ha cercato di alzare l’asticella con una visione che poteva o meno essere condivisa. Ma è stata messa sul tavolo: grandi città, progetto sud, nazionale come volano attraverso la scuola. Ma lo abbiamo detto la sua è stata una sfida degna del miglior Cervantes e in assemblea senza i voti non si vince. Il rugby italiano oggi ha bisogno di un Mattarella in grado di pacificare l’estrema frammentazione in cui versa la base. Se al passato si può addebitare una colpa è proprio questa. E allora si riparte con un nuovo presidente e con un nuovo programma che non potrà non tenere conto di quanto fatto nei quattro anni precedenti anche dal punto di vista dei risultati sportivi e non solo. Si volta pagina con l’Italia che secondo la rotazione dovrebbe avere la presidenza del 6 Nazioni. Le altre unions accetteranno un presidente appena eletto? E poi World Rugby con Jeffrey out la nuova Fir sosterrà la candidatura del prof. Andrea Rinaldo davanti alle altre federazioni? L’occasione era ghiotta e rischia ora di diventare un favore per gli altri candidati e lo spunto per nuove polemiche di condominio. Solo queste sono oggi le prime domande che attendono dai primi giorni di mandato le risposte del nuovo corso. I voti dicono che toccherà ad Andrea Duodo dare queste risposte proponendo una linea che necessariamente prevederà anche qualche no. Buon lavoro, presidente.