
A questo punto credo sia giusto parlare di Quesada. Sarebbe giusto parlare del gran lavoro fatto (in poco tempo) e delle sue idee chiare. Se l’Italia è tornata ad essere competitiva rientrando tra le top 10 del ranking, molto del merito è suo e dell’impostazione data al suo lavoro. E’ entrato in punta di piedi e si è affermato come leader riconosciuto innanzitutto dal gruppo e poi anche all’esterno. Nella squadra il fattore Q. si sente eccome. Idee chiare sia in difesa che nelle modalità di attacco. Basterebbe solo questo, se solo guardiamo al gioco azzurro. Ma più in generale si nota la mano e il lavoro imposto al gruppo. E i risultati: il pareggio di Lille contro la Francia, le vittorie contro Scozia e Galles nel Sei Nazioni (quest’ultima in trasferta) e poi il tour con le affermazioni convincenti contro Tonga e Giappone. La sconfitta con le Samoa pesa – è vero – ma vista in prospettiva potrebbe rientrare nella fisiologia.
Tuttavia proviamo a guardare al passato. La lista dei tecnici degli ultimi 30 anni dice: Coste (22 vittorie 50 partite), Mascioletti (2/6), Johnstone (5/27), Kirwan (10/32), Berbizier (13/31); Mallett (9/42); Brunel (11/50); O’Shea (9/40); Franco Smith (0/13); Crowley (10/27); Quesada (4/8 fino ad oggi).
Coste resta un monumento: E’ l’unico a superare le venti vittorie ma ai suoi tempi la generazione dei fenomeni giocava anche con squadre dal valore relativo pur avendo avuto comunque il merito nel 1997 di assestare un paio di sberle a Irlanda e Francia. Quando in squadra hai gente come Dominguez, Properzi, Vaccari, i due Cuttitta e Giovanelli ti puoi permettere questo e altro.
Si salva anche Berbizier che dal 2005 al 2007 firma il primo double nel Sei Nazioni, batte l’Argentina. Johnstone ci regala la prima vittoria nel Sei Nazioni contro la Scozia e Kirwan subito dopo apre la porta ai giovani e lancia nella mischia uno come Sergio Parisse.
Poi è tutto un paradosso perché se è vero che Mallett, Brunel e O’Shea coprono lo spazio di una dozzina d’anni e 132 partite, è proprio lì che i risultati e un progetto sono clamorosamente mancati. In quegli anni si poteva fare meglio, si poteva progettare e invece si è restati alla finestra. E qui la colpa è della dirigenza federale che troppo spesso ha abbracciato mortalmente un tecnico, lasciandolo poi solo. E’ stato il caso di Brunel e forse dello stesso O’Shea per non parlare di Franco Smith che oggi vince con Glasgow ma con l’Italia non è stato messo nelle condizioni giuste per portare a casa almeno una vittoria. La mano dei presidenti e della dirigenza ha fatto più male che bene. E non tanto nella scelta degli uomini ma in quella mancanza di sostegno all’allenatore e alle idee che nel rugby conta più di tutto.
Oggi siamo all’inizio dell’era Quesada, primo argentino a guidare gli azzurri. Sul campo la scelta di Innocenti è stata corretta e a dimostrarlo sono i risultati. Oggi Gonzalo può contare su una base di selezione di tutto rispetto guardando anche al prodotto che esce dalle giovanili. Giocatori che possono migliorarsi all’estero e che sono già nel mirino di grandi club. In allenamento si parla italiano. E anche questa è una novità. L’anno che verrà potrebbe regalarci belle sorprese. Con il lavoro a fare la differenza e le amicizie tenute per una volta lontano dalle scelte.


